Dallo “zig-a-zig-ah” di “Wannabe” al dominio globale di Taylor Swift, l’articolo ripercorre l’evoluzione del girl power nella musica popolare. Tra seduzione, provocazione, emancipazione e talento, le Spice Girls diventano il punto di partenza di un percorso che attraversa Alanis Morissette, Elisa, Rihanna e molte altre, fino a raccontare come le artiste abbiano conquistato il centro della scena, mettendo i maschietti al palo
Era l’aprile del 1996 quando una tempesta ormonale di cinque bellissime ragazze si abbatté sul Midland Grand Hotel di St Pancras, a Londra, e sconvolse un ricevimento di gala dell’alta società. Ce n’era per tutti i gusti: Geri Halliwell era la Ginger Spice, la spezia allo zenzero, piccante e provocante; Victoria Adams era la Posh Spice, quella elegante e alla moda; Melanie Brown era la Scary Spice, esuberante e vivace; Emma Bunton era la Baby Spice, innocente e spontanea come una bimba; Melanie Chisholm era la Sporty Spice, quella atletica e sempre in forma. L’immaginario erotico dei giovani maschi dell’epoca era coperto in quasi tutta la sua gamma, e le giovani ragazze avevano altrettanti definiti modelli con cui identificarsi. Era solo un videoclip, ma era il manifesto del girl power, ossia “potere alle ragazze”: cinque girl che irrompono nell’albergo e, dopo aver sovvertito ogni regola di formalità e di etichetta, salgono su un autobus. Un inno all’emancipazione femminile, all’abbattimento di ogni condizione formale e materiale che impedisca alle giovani di esprimersi e di raggiungere i posti più elevati della società.
La seduzione è l’arma delle Spice in questo primo grande successo. Nel refrain iniziale si legge, con decisione e ripetizione ossessiva: “So tell me what you want, what you really, really want, I wanna, I wanna, I wanna, I wanna, I wanna really, really, really wanna zig-a-zig-ah”. “Dimmi cosa vuoi, cosa vuoi veramente: io voglio, voglio, voglio, voglio, voglio, davvero, davvero, davvero voglio… zig-a-zig-ah”. Che cosa si intenda per “zig-a-zig-ah” è chiaro dal movimento di bacino che, nel balletto del video, accompagna questa apparentemente misteriosa espressione. L’“ah” finale è come un happy ending in cui culminano e si sciolgono il ritmo e l’eccitazione del refrain: una costruzione sottile e perfetta, dall’effetto subliminale dirompente. Il ritornello invece, candido e innocente, con al centro della coreografia Baby Spice vestita di puro bianco, è addirittura moraleggiante e attenua astutamente l’audacia del refrain: “friendship never ends: if you wanna be my lover, you have got to give, taking is too easy”, “l’amicizia dura per sempre: se vuoi essere il mio partner devi saper dare, solamente prendere è troppo facile”. Donna diavolo e donna angelo in una canzone sola; d’altronde, l’abbiamo detto: ce n’è per tutti i gusti.
Terminata la potenza di questa ben congegnata tempesta ormonale, la parabola artistica delle Spice si esaurisce dopo soli tre dischi, in appena quattro anni, lasciandoci qualche altro bel singolo, come Viva Forever del 1998. In occasione della pubblicazione, nel 2007, di una raccolta dei loro maggiori successi, si riuniscono per registrare due canzoni inedite, Headlines (Friendship Never Ends) e Voodoo: la prima viene scelta come singolo promozionale del Greatest Hits. Nel titolo, Headlines (Friendship Never Ends), citano il ritornello di Wannabe e nella coreografia cercano di ripeterne la forza di seduzione, ma oramai, undici anni dopo, le cinque belle ragazze dalla vitalità travolgente appaiono come cinque signore volgarotte. Il singolo è comunque un fiasco.
Per quasi tutto il Novecento, per una donna essere musicista o cantante, essere in un locale a cantare e suonare jazz, o su un palco al centro dell’attenzione, equivaleva a essere considerata una poco di buono, a meno che non si trattasse di un soprano d’opera, espressione della cultura alta e dunque di grande prestigio. Le donne artiste erano perlopiù emarginate socialmente e finivano per cadere nel circolo vizioso di alcolismo e droga. Ne è un esempio Billie Holiday nella prima metà del secolo. Ci fu quindi chi, per reazione, si costruì una personalità artistica molto lontana dai modelli femminili: così negli anni ’60 Janis Joplin, che finì comunque nella spirale della tossicodipendenza e morì di overdose, e a partire dagli anni ’70 Patti Smith. Negli eighties Madonna compì invece una ribellione opposta e si impose nell’immaginario collettivo affermando con forza e provocazione la sua femminilità.
Dalla fine degli anni ’90 possiamo finalmente dire che nella musica popolare il gap sia colmato, che artiste ed artisti abbiano pari dignità, che una donna non debba fornire giustificazioni sociali o sentirsi diversa per il fatto di essere musicista o cantante, e che i guadagni delle donne non siano inferiori a quelli degli uomini: non conta più il gender, conta quanto si è bravi. In altri settori, dallo sport alla politica alle professioni manageriali, questa parità è una conquista ancora lontana dal compiersi. Fu dunque tutto merito delle Spice Girls e del loro girl power? No.
L’incarnazione del girl power delle Spice Girls è Victoria Adams. La più bella e la meno brava delle Spice ha realizzato il sogno di tutte le adolescenti inglesi: quello di sposare il bellissimo calciatore della nazionale David Beckham. Ha sposato l’uomo dei sogni e ha preso il cognome del marito: ora si chiama Victoria Beckham. Come in ogni epoca (pensiamo a Beatles vs. Rolling Stones o Oasis vs. Blur) l’industria discografica aveva rilanciato una girl band da contrapporre alle “ragazze piccanti”: le All Saints. Natalie e Nicole Appleton delle All Saints hanno sposato colleghi musicisti di maggior bravura e successo: Liam Howlett dei Prodigy e Liam Gallagher degli Oasis. Essere belle e di poco talento, sposare uomini di successo e prendere il loro cognome: questa l’essenza del girl power dello “zig-a-zig-ah”.
No, per tracciare l’emancipazione femminile finalmente raggiunta negli anni ’90 non dobbiamo guardare alle girl band, bensì partire sempre da Madonna: una sua “creatura”, Alanis Morissette, contribuisce a inaugurare una nuova stagione del pop rock femminile, di grande caratura artistica, vera, autentica e profonda. In quel decennio grandi cantanti rock europee come Dolores O’Riordan dei Cranberries e Skin degli Skunk Anansie si affermano come artiste e musiciste straordinarie, che aprono nuovi orizzonti alla vocalità femminile. In Italia Elisa, valida autrice e interprete, in quegli stessi anni incide i suoi primi dischi in inglese, ispirandosi al pop rock del suo tempo, per poi evolversi, abbracciare la musica leggera e collaborare anche con Dardust nel corso di una carriera artistica quasi trentennale e solidissima. Agli inizi del millennio il pop si è tinto di soul con Alicia Keys, Amy Winehouse, poi con Adele, con risultati di rilievo. Persino nel rock più duro e nel metal, generi “muscolari” tradizionalmente maschili, si sono affermate voci femminili come Amy Lee degli Evanescence, Anneke van Giersbergen dei The Gathering, Lzzy Hale degli Halestorm, ridisegnando i confini e le possibilità vocali del rock più pesante. Sono tutte queste artiste, con le loro eccezionali capacità musicali e interpretative, ad aver messo la questione dell’emancipazione femminile nella musica popolare non sul piano degli slogan, delle provocazioni e degli atteggiamenti ma su quello dell’arte: dimostrando di essere musiciste di alto livello, al pari dei loro colleghi maschi e spesso persino a un livello superiore, si sono guadagnate un credito che non può essere discusso.
Dopo questa finalmente raggiunta emancipazione, nelle artiste attuali si fondono buone doti compositive e interpretative con la malizia seduttiva delle Spice (e di tante altre regine del pop anni ’90-primi 2000, come Britney Spears e Kylie Minogue): è il caso di Pink, Lady Gaga, Rihanna, Katy Perry, Dua Lipa. Per fare un solo esempio tra queste, la Rihanna di Umbrella abbonda di doppi sensi erotici, ma l’estensione vocale che esibisce in FourFiveSeconds (il brano realizzato assieme a Paul McCartney e Kanye West) su un paio di accordi di Hammond è da brividi e di alto impegno tecnico.
Ai nostri giorni il girl power, nato come slogan delle Spice Girls che inneggiava a un obiettivo da raggiungere, è diventato nella musica pop qualcosa di effettivo ed è andato ben oltre la parità: la maggior estensione vocale della voce femminile, le maggiori capacità seduttive unite a una raggiunta consapevolezza artistica mettono i maschietti al palo. Nessun uomo nel pop ha mai avuto il potere che ha oggi Taylor Swift, la quale attraverso un’efficace narrazione personale e grandi capacità imprenditoriali e di marketing si è costruita un seguito di milioni di fan legati a lei da una devozione quasi religiosa ed è in grado con i suoi concerti di modificare il PIL di intere nazioni e, con le sue dichiarazioni, mobilitare l’attenzione e la partecipazione di una parte dell’elettorato statunitense.
Quel video al Midland Grand Hotel era simbolico e premonitore: l’assalto all’establishment è compiuto; il girl power ha trionfato.

Leonardo Fratini è professore di Lettere al Liceo Scientifico di Pergola. Da neonato, per farlo star buono, i genitori gli facevano ascoltare musica, e da allora non ha più smesso. Appassionato di musica ma anche di calcio, ha insegnato con entusiasmo al Liceo Marconi di Pesaro nelle sezioni Musicale e Sportiva. Si è occupato di associazionismo musicale e di politiche giovanili, e ha frequentato corsi CONI-FIGC. È convinto che l’armonia sia la chiave di ogni cosa.
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