In “Siccità” Paolo Virzì immagina una Roma prosciugata e immobile, dove l’emergenza climatica diventa lo specchio di un’aridità più profonda: quella dei sentimenti e dell’empatia. Tra polvere, crepe e silenzi, la catastrofe non esplode ma si normalizza, trasformandosi in abitudine. Eppure resta una possibilità: riscoprire la vulnerabilità, la sete come segno di vita e un desiderio capace — forse — di far tornare la pioggia
IMMAGINE GENERATA CON IA
C’è una malinconia sottile, quasi impercettibile, che attraversa Siccità (2022) di Paolo Virzì come un vento caldo e inesorabile. Non è soltanto la malinconia di una città ridotta a polvere, di un fiume che non scorre più, di un sole che non conosce tregua. È la malinconia dell’uomo che ha dimenticato di avere un’anima. Roma, in questo racconto distopico, non è più la capitale di nulla: è un corpo svuotato, una ferita che non sanguina, un organismo che respira ancora solo per inerzia.
La vera siccità non è quella che prosciuga le sorgenti e spacca la terra, ma quella che dissecca i sentimenti. È la desertificazione dell’interiorità, la lenta e impercettibile evaporazione dell’empatia. Gli uomini e le donne di Siccità non soffrono solo la mancanza d’acqua, ma quella di un senso, di un legame, di una parola che non sia consumo o menzogna. Vivono accanto, mai insieme; si osservano senza riconoscersi, parlano senza ascoltare, sopravvivono senza vivere davvero.
Virzì non racconta la catastrofe: la contempla. La filma con una tenerezza spietata, come chi osserva la fine non con stupore ma con rassegnazione. Non c’è tragedia, ma abitudine; non urlo, ma silenzio. Siccità non è un film sul futuro: è un ritratto del presente che abbiamo già accettato, una parabola dell’aridità che ci abita.
In questa Roma immobile, il cielo non è più promessa ma condanna. Ogni crepa, ogni sguardo, ogni granello di polvere diventa simbolo di una perdita che non riusciamo più a nominare. Ci muoviamo in un paesaggio in cui l’acqua, elemento primordiale e salvifico, è divenuta mito, leggenda, nostalgia di qualcosa che non è solo fisico ma spirituale. È la nostalgia di un’innocenza perduta, di una purezza emotiva che la modernità ha sacrificato sull’altare della connessione e della velocità.
La distopia di Virzì non ci mette in guardia: ci specchia. Ci mostra un mondo in cui la sete non è più desiderio, ma malattia cronica. Dove la sensibilità è diventata un lusso, la solitudine una forma di difesa, la verità un ricordo. È un film che parla sottovoce, ma che lascia addosso una ferita invisibile, come un morso lento del tempo.
Eppure, tra le crepe, resta una possibilità. Un respiro, un gesto, una goccia che non si è ancora perduta del tutto. Forse, suggerisce Virzì, la salvezza non verrà dal cielo ma dal ritorno alla vulnerabilità. Dal coraggio di provare sete, di riconoscere la mancanza come segno di vita. Perché solo chi ha sete può ancora ricordare il sapore dell’acqua.
Così Siccità diventa più di un film: un’elegia dell’anima contemporanea, un requiem per la nostra incapacità di sentire, ma anche un sussurro di speranza. Ci insegna che la vera apocalisse non è la fine del mondo, ma la fine dell’uomo dentro il mondo. E che forse, se torneremo a desiderare, potrà ancora piovere.

Manuela Ruggi è un concentrato di energia e buonumore! Ama girare il mondo con la curiosità di un’esploratrice e immergersi in nuove culture come fossero romanzi tutti da leggere. Si diverte a districare i fili delle questioni che fanno girare il nostro pianeta e a esplorare le regole del gioco sociale. È convinta che il cervello vada usato e allenato, non lasciato lì a prendere polvere! Sta ancora facendo pace con l’idea che, a volte, bisogna lasciar andare… ma ci sta lavorando, promesso!
📖 Letto 163 volte




e’ il grande dibattito che manca, può esserci un nuovo umanesimo nell’età della tecnica? Galimberti resterà un uomo che grida nel deserto dei numeri?
Questo articolo mi ha fatto ricordare le parole di S. Agostino: ” In te ipsum redi. In interiore hominum habitat veritas” . E’ vero: siamo diventati sterili. Non produciamo più affetti e sentimenti. Non li sappiamo nè ricercare nè tantomeno esprimere. Questo spiega anche il degrado ambientale e la scarsa attenzione al Creato? Io credo di sì.