“No Other Choice” racconta come un licenziamento improvviso possa trasformarsi in una spirale di ansia, urgenza e scelte estreme. L’articolo legge il film come una parabola noir sulla contingenza: tra i molti scenari che immaginiamo, la realtà ne impone uno solo, spesso lontano da ciò che avevamo previsto. Nel conflitto tra sopravvivenza, senso di colpa ed empatia, il pezzo riflette su fino a che punto si possa “cambiare strada” senza oltrepassare il limite, e su come i ruoli — vittima, rivale, carnefice — possano ribaltarsi in un attimo
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No Other Choice è un film del 2025 diretto da Park Chan-wook, basato sul romanzo The Ax di Donald Westlake. La storia segue Yoo Man-su, un esperto nella produzione di carta con 25 anni di esperienza, che viene licenziato dalla sua azienda, la Solar Paper, subito dopo l’acquisizione da parte di una società americana. Disperato, con una famiglia da mantenere e il rischio di perdere la casa, Man-su decide di prendere in mano la situazione e di fare tutto il necessario per trovare un nuovo lavoro. Scopre che ci sono altri due candidati per un posto di lavoro alla Moon Paper, e decide di eliminarli per assicurarsi il posto.
Riflettiamo allora, con questo film, su come giorno per giorno, nel contesto in cui viviamo, costruiamo le nostre scelte e fino a che punto, nella messa in atto dei nostri progetti, riusciamo o meno a cambiare strada. La risposta del regista sta nel titolo: «Non c’è altra scelta». In effetti, tra gli infiniti scenari possibili che possiamo ipotizzare, nella contingenza di ogni momento se ne realizza solo uno, che non corrisponde mai perfettamente a quello che avevamo immaginato.
La conseguenza di tutto ciò è l’ansia che accompagna ogni nuova situazione della nostra vita, cioè l’aumento della tensione psicofisica, nell’attesa della realizzazione dell’evento pianificato, che fino all’ultimo viene riproiettato nei nostri circuiti di mente e corpo. Tutto ciò è perfettamente rappresentato nel film diretto da Park Chan-wook, la cui regia segue il ritmo delle emozioni del protagonista nel loro caotico riprodursi, attraverso immagini e suoni che vanno dall’immaginazione alla messa in pratica: una messa in pratica che, ovviamente, è piena di contrattempi e prende direzioni imprevedibili e grottesche.
Come nella vita quotidiana, infatti, l’ansia della scelta, del debutto, dell’impatto con l’azione (potremmo dire: l’ansia da palcoscenico per la commedia della vita) si scioglie nel momento dell’azione, che è sempre un colpo di scena (per dirla con Woody Allen in Un colpo di fortuna – Coup de chance (2023)), con l’esito di creare un equilibrio migliore o di peggiorarlo anche drasticamente.
Quindi fino a quando è possibile cambiare strada per evitare il peggio? Questo film sembra rispondere con una domanda: il peggio rispetto a cosa? Nel senso che anche le azioni nefaste — come i progetti omicidiari del protagonista Yoo Man-su contro i suoi concorrenti — sono dettate da bisogni di sopravvivenza personale e familiare, e la loro soddisfazione porterebbe un netto miglioramento del suo equilibrio, al prezzo di rovinare quello altrui.
È l’ironia della sorte, come si suole dire: nell’etimologia greca, infatti, “ironia” indicava la dissimulazione, la finzione. Quindi cambiare strada è possibile in ogni momento, se si cambia il gioco delle parti, se si cambia il punto di vista, e dunque se si cambia ruolo. Se il nemico, al momento dell’impatto, viene visto come un fratello, se scatta l’empatia anche all’ultimo momento, anche nell’istante del colpo mortale, allora il carnefice sarà divorato dai sensi di colpa; altrimenti porterà rancore per la vittima anche dopo l’omicidio, per il solo fatto di essere dovuto arrivare al gesto estremo per colpa del nemico.
La morale complessiva che si può trarre da tutto ciò è quella secondo cui il filosofo Umberto Galimberti ci richiama alla saggezza greca: agire «katà métron», cioè agire secondo «la giusta misura», con un profondo senso del limite umano rispetto al mistero dell’universo che ci attraversa. Nel già citato film del 2023 Coup de chance, Woody Allen suggerisce proprio questo, con un colpo di scena finale che sembra richiamare un monito attribuito al filosofo greco Aristotele: «Chi non conosce il suo limite, tema il destino».

Andrea Ciavaglia è un fanese classe ’81. Dopo il diploma al Liceo Classico, si dedica agli studi sanitari e, dopo la laurea in medicina, entra nella rete della medicina del territorio. Dalle guardie mediche nella provincia di Pesaro e Urbino, giunge alla medicina generale, dove scopre inaspettatamente che “il corpo umano è una macchina quantistica che va a sangue”. Comincia così per lui un nuovo viaggio, dentro sé stesso, da fare assieme… perché “non è la storia che spiega il corpo… ma è il corpo che spiega la storia”.
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