Il diavolo veste Prada e l’illusione di valere di più

A vent’anni dal primo film, “Il diavolo veste Prada 2” non racconta solo l’evoluzione del lusso, ma il modo in cui abbiamo imparato ad accettarlo come misura sociale. Tra borse irraggiungibili, status, apparenza e disuguaglianze sempre più normalizzate, il film diventa lo spunto per guardare a un presente in cui il valore sembra coincidere sempre più spesso con il prezzo

Vent’anni prima era impensabile…”: la battuta pronunciata da Emily Blunt in Il diavolo veste Prada 2, oggi non fa più sorridere. Fa da promemoria. Non di quanto sia cambiata la moda, ma di quanto siamo cambiati noi, o forse di quanto abbiamo smesso di nasconderci.

Perché il punto non è che oggi esistano borse da 3.000 o 10.000 euro. Il punto è che abbiamo accettato, quasi senza discutere, che il prezzo di un oggetto possa diventare una misura implicita del valore di una persona. Non dichiarata, certo. Nessuno lo direbbe mai apertamente. Ma basta guardare come funzionano le dinamiche sociali, online e offline, per capire che la gerarchia è lì, viva e vegeta.

Nel 2006 il lusso era sfacciato, quasi volgare nella sua ostentazione. Ma almeno non fingeva di essere altro. Oggi invece si traveste da cultura, da estetica, da “scelta personale”. Si parla di artigianalità, di heritage, di storytelling — tutto vero, per carità — ma intanto il messaggio che passa è un altro: se puoi permettertelo, sei dentro. Se non puoi, semplicemente scompari.

E mentre il prezzo d’ingresso continua a salire, il mondo reale va in direzione opposta. Le disuguaglianze crescono, la mobilità sociale si blocca e il divario tra chi può e chi non può si allarga fino a diventare quasi invisibile perché chi sta sopra non ha più nemmeno bisogno di guardare sotto. Non è cattiveria esplicita: è indifferenza strutturale.

Il lusso, in questo contesto, funziona come un alibi perfetto. Non è più solo un settore economico, ma un linguaggio che legittima tutto il resto. Se il valore è legato al prezzo, allora è normale che chi ha di più valga di più. Se l’esclusività è un obiettivo, allora l’esclusione diventa una conseguenza accettabile. E così via, in un circolo che si autoalimenta.

Nel frattempo, la società si racconta una storia rassicurante: che sia tutto una questione di scelta individuale, di gusto, di ambizione. Che chi resta indietro, in fondo, non si sia impegnato abbastanza. È una narrazione comoda, perché evita di fare i conti con qualcosa di più scomodo: un sistema che premia sempre gli stessi e lascia agli altri solo l’illusione di poter recuperare.

E poi c’è l’elemento più difficile da ammettere: non sono solo “i ricchi” a sostenere questo meccanismo. Lo sosteniamo tutti: ogni volta che misuriamo il successo in termini di apparenza, ogni volta che diamo più attenzione a chi mostra che a chi è, ogni volta che scrolliamo senza fermarci davanti a ciò che non brilla.

Non è solo una questione di soldi. È una questione di priorità collettive.

Il risultato è una società sempre più edonista e sempre meno solidale, dove l’empatia viene sacrificata sull’altare della performance personale. Aiutare il prossimo non è scomparso, ma è diventato secondario, quasi opzionale, mentre l’autoaffermazione, meglio se visibile e costosa, è diventata la regola non scritta.

E così il lusso, da simbolo di distinzione, si trasforma in sintomo. Non tanto della ricchezza di pochi, ma della povertà di un immaginario collettivo che ha smesso di interrogarsi su cosa significhi davvero “valere”.

Forse la domanda non è perché il lusso sia diventato così centrale.

Forse la domanda è perché abbiamo smesso di mettere in discussione il fatto che lo sia.

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