E se un film suonasse come gli anni ’90? Intervista a Valentina e Nicole Bertani

Più che un semplice racconto nostalgico degli anni Novanta, il film è un'indagine sulla memoria, su ciò che da bambini osserviamo senza comprendere fino in fondo e su come, diventando adulti, quei frammenti acquistino un significato diverso

Valentina e Nicole Bertani sono due sorelle che arrivano al cinema da esperienze creative differenti ma complementari. Valentina si forma nella regia e lavora per anni tra videoclip, spot pubblicitari e documentari, firmando nel 2022 La timidezza delle chiome, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Nicole, invece, proviene dal mondo dell’art direction e del graphic design, un percorso che le ha permesso di sviluppare una particolare attenzione alla composizione dell’immagine e alla narrazione visiva.

Con Le bambine uniscono le loro sensibilità in un esordio nel lungometraggio di finzione che nasce da un terreno profondamente personale: i ricordi della loro infanzia. Più che un semplice racconto nostalgico degli anni Novanta, il film è un’indagine sulla memoria, su ciò che da bambini osserviamo senza comprendere fino in fondo e su come, diventando adulti, quei frammenti acquistino un significato diverso. È da questo dialogo tra ricordo personale e sguardo cinematografico che prende forma la nostra conversazione con le sorelle Bertani.

Il film, ambientato nel 1997, racconta di Linda (Mia Ferricelli), una bambina di otto anni che lascia la Svizzera insieme alla madre Eva (Clara Tramontano) per trasferirsi a Ferrara. Qui incontra Azzurra (Agnese Scazza) e Marta (Petra Scheggia): due sorelle con cui stringe un’amicizia profonda e vive un’estate fatta di giochi, segreti e scoperte. In un mondo adulto, incapace di prendersi cura di loro, le tre bambine imparano a sostenersi a vicenda e a costruire una propria idea di libertà, difendendo il diritto a rimanere piccole.

Ho avuto il piacere di parlare proprio con Valentina e Nicole Bertani per scoprire com’è nato Le bambine, come si costruisce un film partendo dai ricordi e cosa significa condividere, oltre a un legame familiare, anche uno sguardo cinematografico.

Laura: Ciao, ragazze! Come ho detto varie volte a Valentina nei DM che ci siamo scambiate, sono anche io una bambina degli anni ’90. Sono nata nell’84 — tre giorni fa ho compiuto i 42 anni. Quando ho visto il trailer del vostro film, ho subito sentito un richiamo. Devo dire che mi aspettavo un tuffo nel passato, ma non un film così ben scritto, recitato e montato, con un ottimo uso del sound design e una fotografia perfettamente calibrata.

Il film nasce da una memoria condivisa, ma inevitabilmente imperfetta. Durante la scrittura vi è mai capitato di scoprire che ricordavate lo stesso episodio in modo completamente diverso? E come avete deciso quale “verità” portare sullo schermo?

Nicole: È successo che, quando Valentina ha sentito la necessità di raccontare questa storia, abbiamo iniziato a confrontarci e già in quel momento ci siamo accorte che i nostri ricordi non combaciavano perfettamente. Avevamo quindi una memoria sì condivisa, ma soprattutto sul piano delle emozioni, più che degli eventi specifici. Poi abbiamo iniziato a scrivere il progetto a sei mani con Mariasole Limodio, la nostra sceneggiatrice, che ci ha anche intervistato separatamente. È emerso che i nostri racconti erano simili soprattutto sul piano emotivo. Abbiamo quindi iniziato a lavorare da quel punto e abbiamo riscritto questa storia fortemente autobiografica.

L: Nel film gli adulti rimangono quasi sempre ai margini dello sguardo delle protagoniste: li osserviamo, li ascoltiamo a frammenti, ma raramente li comprendiamo fino in fondo. È stata una scelta nata per restituire la percezione autentica dell’infanzia?

Valentina: Nel film, gli adulti non hanno un nome, a parte quelli che riescono davvero a comunicare con le bambine (Carlino, Eva…), proprio per creare una separazione tra chi comunica davvero con loro e chi no. Questi ultimi, infatti, vivono in un mondo ipocrita, falso, che non le include e le considera delle “zanzare”.

L: Mosquitos, infatti, sarebbe il titolo che avete utilizzato per la distribuzione internazionale del vostro film. Come mai questa differenza?

N: Le zanzare, in effetti, vengono considerate fastidiose e solo le femmine pungono, quindi sarebbe stato un ottimo titolo, dal significato anche simbolico. Ma sia per decisioni di produzione sia per ragioni affettive (nostra nonna ci chiamava “Le bambine”) abbiamo deciso di distribuire il film in Italia con questo titolo.

L: Quello che mi ha colpito di più è il contesto familiare di Azzurra e Marta. Ho avuto la sensazione di vedere adulti emotivamente distanti: una madre assorbita dalle proprie fragilità, un padre fisicamente presente ma incapace (per difficoltà o per pigrizia) di comunicare. Mi ha impressionato particolarmente quella che chiamerei “la coreografia del bacio” (le bambine, spesso, dopo la cena o il pranzo con i genitori, prima di andar via, si alzano e danno contemporaneamente un bacio sulle guance al padre).

V: Il padre è un personaggio che ha pochissime battute, quindi volevamo dargli tridimensionalità. Abbiamo inserito questa scena per creare una sorta di rituale, anche superficiale, se vuoi, ma che resta un tentativo da parte dell’adulto in questione di connettersi con le figlie. Era, in modo forzato, il dovere di bambina: “Rispetta il papà, dai il bacino a papà”. E poi si era libere di andare via, di giocare.

L: Le bambine sembrano entrare nel mondo dei grandi quasi da sole, osservandolo con uno sguardo sorprendentemente lucido e ironico. È una lettura in cui vi riconoscete?

N: Il nostro scopo era quello di offrire uno sguardo che non fosse contaminato. Azzurra e Marta sono ciniche, ironiche, anche annichilite quasi, proprio come possono essere i bambini a quell’età: spontaneamente. Molte reazioni che vedi sullo schermo sono reali; le nostre attrici hanno sì recitato, ma sono rimaste loro stesse. Ci hanno dato tanto!

V: Questo è ancora più sorprendente se pensi che siano entrate totalmente in un altro mondo, quello degli anni ’90 che loro non hanno vissuto. Quindi si sono immerse perfettamente in questo mondo fatto di vestiti sgargianti e giochi e device completamente sconosciuti… Si può dire che abitavano quel set come se fosse una macchina del tempo.

L: Quanto sono state libere nella recitazione, nella costruzione dei personaggi?

V: Durante le prime giornate di set, abbiamo notato delle loro caratteristiche peculiari, e abbiamo deciso di lasciarle e quindi di mescolarle a quelle dei personaggi che dovevano interpretare. Il lavoro così fatto ha prodotto un risultato decisamente più naturale.

L: Il film racconta un’estate apparentemente semplice, fatta di giochi, amicizie e piccoli rituali quotidiani. Ma sotto quella superficie si percepisce continuamente qualcosa che sta cambiando. Come avete lavorato per mantenere questo equilibrio tra leggerezza e inquietudine, senza mai forzare il racconto?

N: A questo proposito si è lavorato tanto in sceneggiatura e si è scritto molto, perché poteva esserci il rischio che potesse venir fuori una commedia, che non è il nostro linguaggio. Una tipologia di commedia che ci piace è quella di Todd Solondz, che fa una dark comedy che in Italia non esiste. Il suo cinema ha il tono della commedia, ma ha la tragedia insita nella drammaturgia, quindi abbiamo lavorato in questa direzione. Il nostro obiettivo era raccontare una storia, la storia della nostra estate del ’97. La scelta di mantenere sempre il punto di vista delle bambine è venuta spontanea anche in fase di scrittura, perché le bambine non si rendono pienamente conto di ciò che accade. E proprio questa consapevolezza è stata la spinta per farci mantenere questo equilibrio.

L: Molti film ambientati negli anni Ottanta o Novanta puntano soprattutto sull’effetto nostalgia. Nel vostro, invece, il decennio sembra quasi un luogo emotivo più che una semplice ricostruzione d’epoca. Quanto era importante evitare un’immagine edulcorata di quegli anni?

V e N: Spesso le ricostruzioni cinematografiche degli anni passati risultano molto forzate: cercano di rendere iconografico un immaginario che in realtà lo è di per sé. Inoltre, venendo entrambe dal mondo della pubblicità, probabilmente abbiamo paura di risultare eccessivamente perfette o patinate in questo senso… La pubblicità è fatta di vestiti stirati e dell’ossessione che tutto sia visivamente perfetto e che sia una messa in scena, e quindi noi ci siamo volute completamente distaccare da questo modo di rappresentare i nostri anni ’90. Il cinema deve essere un’altra cosa! È vero che per noi il colore è un elemento fondamentale, ed è ben presente nel nostro film, ma resta sempre legato allo stato emotivo dei personaggi e alla scena. Usiamo dei colori molto simbolici.

L: Una delle qualità del film è la fiducia che ripone nello spettatore: molte emozioni e molti conflitti restano impliciti, senza bisogno di essere spiegati. È una forma di scrittura che avete cercato fin dall’inizio o è emersa durante il lavoro sul set e sul montaggio?

V: C’è spesso questa tendenza a considerare lo spettatore “stupido”. Siamo troppo abituati ai “recap” per ogni episodio di ogni serie tv e alle spiegazioni eccessive durante i film… Noi non vediamo lo spettatore in questo modo e non volevamo inculcare una precisa visione. Ognuno vive il film come vuole, lo fa suo, si fa domande… Questo, per noi, è il modo giusto.

L: A un certo punto del film, le bambine fanno una corsa quasi liberatoria. Secondo voi, quella corsa cosa significa, principalmente, dal punto di vista di Linda?

N: Quella corsa è per Linda la fine dell’accudimento invertito e la possibilità di essere finalmente libera di vivere la propria infanzia. È un momento in cui Linda decide di andare, di non ascoltare, di non essere più adultizzata. Le due sorelle, inconsapevolmente, insegnano a Linda a ritornare bambina.

L: Mi farebbe piacere approfondire il tema della musica, dei suoni che accompagnano il viaggio delle bambine, argomento che mi sta molto a cuore e che so che sta a cuore anche a voi. Oltre alle musiche che ci catapultano in quegli anni, colpisce molto anche il lavoro sul paesaggio sonoro: le voci, i rumori degli spazi, il silenzio. Quanto è stato importante costruire un universo sonoro che restituisse la percezione del mondo così come la vivono le bambine?

N: Abbiamo lavorato tantissimo sul sound design, già in fase di sceneggiatura. Innanzitutto, pensiamo che i momenti di tensione vengano raccontati meglio con il silenzio, ed infatti i momenti di maggior tensione drammatica sono accompagnati principalmente da silenzi. Poi abbiamo creato un paesaggio sonoro fatto di costellazioni, rumori di buchi neri, di galassie.

L: Nel film le musiche originali sono firmate da Lorenzo Confetta, con la partecipazione del duo elettronico napoletano Golden Rain, mentre tra i brani preesistenti presenti nella colonna sonora figurano Certe notti di Ligabue, E ti vengo a cercare nella versione dei C.S.I. e Children di Robert Miles. Come mai avete scelto proprio queste tracce?

N e V: Abbiamo sempre avuto le idee chiare, anche sull’uso di alcune canzoni. Il pezzo dei C.S.I. era già pensato per fare da accompagnamento a una scena particolare (lo scoprirete guardando il film!).

Aggiungere “Children” di Robert Miles in chiusura è stata un’idea di Lorenzo, che, sempre in fase di scrittura, l’ha scelta considerandola uno dei pezzi più iconici di quegli anni che richiamasse il mondo dei bambini. Inoltre, era proprio perfetta per quel tipo di conclusione.

“Certe notti” è il brano dell’Emilia del 1997! Volevamo qualcosa che fosse commerciale, ma che avesse un significato profondo. È come se segnasse un distacco dal mondo dei bambini: ciò che viene raccontato nel testo della canzone si riferisce proprio a cose che fanno gli adulti e di cui i bambini non hanno minimamente idea.

L: Infatti, quando cantavamo quella canzone ripetevamo le parole, ma quasi non avevano significato a quell’età…

N: È proprio questa sensazione che volevamo raccontare: il fatto che le bambine siano escluse da una porzione di mondo. È anche questo il significato del nostro formato, che è l’1:1. È come se ci fossero delle bande laterali che impediscono ai bambini di comprendere la realtà nel suo insieme.

L: Come si dirige un gruppo di bambine senza perdere quella spontaneità che rende il film così autentico? Ci sono stati momenti in cui sono state loro a sorprendervi o a cambiare il modo in cui immaginavate una scena?

V: Ci siamo fatte guidare molto da loro: avevano la storia, il copione da seguire, ma nel corso delle riprese abbiamo anche saputo rispettare le caratteristiche peculiari di ognuna ed in molte scene abbiamo fatto esprimere le loro tipicità. In alcuni casi abbiamo anche cambiato “la protagonista” della sequenza in atto perché ci siamo rese conto che una era più incline a quella determinata scena rispetto all’altra. Ci siamo ascoltate vicendevolmente.

L: Carlino è un personaggio che, pur con poche parole, lascia un segno nel percorso delle protagoniste. Che ruolo ha avuto per voi nel vostro viaggio di crescita?

N: Carlino, così come nel film, era il nostro baby-sitter ed era molto somigliante a livello estetico a Milutin Dapčević (l’attore che lo interpreta). Era omosessuale dichiarato, il che negli anni ’90 non era proprio così comune. Ed era molto amato a Mantova, nonostante siano presenti nel film anche riferimenti al pregiudizio e all’omofobia di quegli anni. Viene mostrata anche l’ipocrisia delle persone che fingono di “accettarlo”, ma che poi in realtà lo tengono sempre a una distanza “velata”.

L: Vorrei lasciarvi con un’ultima domanda giocosa: ditemi, senza pensarci troppo, un film e una canzone che per voi rappresentano gli anni ’90.

V: Questa è difficile… Direi “The Beautiful People” di Marilyn Manson, e il film sicuramente “Gummo” di H. Korine.

N: Io scelgo “La morte ti fa bella” di R. Zemeckis e “Voglio una pelle splendida” degli Afterhours.

Concludo questo articolo con un invito a tutte le bambine e i bambini degli anni ’90: correte a guardare questo film! Vi immergerà nell’estate in cui avete scoperto che la vita degli adulti è quasi incomprensibile, ma che a voi, in realtà, fregava poco!

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