Good Boy: il lato oscuro della normalità

Il film di Jan Komasa, uscito nel 2025, sembra un racconto disturbante di violenza e rieducazione, ma sotto questa struttura quasi da thriller si muove un discorso molto più ampio, che riguarda il modo in cui la società contemporanea gestisce ciò che considera deviante

In passato vi erano i Drughi di Stanley Kubrick: l’ultraviolenza, il latte più, la disobbedienza sociale portata all’estremo.

Nel presente, segui Tommy, un adolescente scapestrato che vive la sua vita all’insegna di alcol, droghe e atti di bullismo. Lo rapisci, lo confini nella tua cantina e lo torturi allo scopo di rieducarlo a una vita rispettosa delle regole sociali.

Un tempo vi era la “Cura Ludovico”: gli occhi forzatamente aperti per ore a guardare immagini di inaudita brutalità, al fine di annichilire il soggetto aggressivo.

Oggi, leghi il ragazzo al collo e gli mostri costantemente i video delle sue bravate, delle violenze perpetrate ai danni dei più deboli, delle guide spericolate in stato di ebbrezza, in modo da fargli provare disgusto per sé stesso.

In passato Alex è stato manipolato: la “Cura Ludovico” ha fatto il suo effetto. Alex non è più un pericolo per la società; ora la società potrà approfittarsi di lui.

Oggi Tommy cosa diventerà…?

Good Boy, film di Komasa del 2025 (così come fu per Arancia meccanica di Kubrick nel 1971) sembra un racconto disturbante di violenza e rieducazione, ma sotto questa struttura quasi da thriller si muove un discorso molto più ampio, che riguarda il modo in cui la società contemporanea gestisce ciò che considera deviante.

Il punto di partenza è tanto semplice quanto inquietante: un ragazzo violento viene sequestrato da una famiglia “per bene” che decide di “correggerlo”, di trasformarlo in un bravo ragazzo attraverso un sistema di regole, punizioni e ricompense. Questo racconto, però, non è interessato al gesto in sé, ma soprattutto alla sua giustificazione: quella famiglia non si percepisce come crudele. Si percepisce come necessaria. È convinta di fare la cosa giusta, di intervenire dove la società ha fallito. Ed è proprio qui che Good Boy diventa un film profondamente sociale: la violenza non viene mai presentata come pura brutalità, ma come qualcosa che nasce travestito da cura, da responsabilità, da educazione.

Komasa costruisce così una riflessione sul controllo. Non un controllo esplicito, imposto dall’alto, ma un controllo più sottile, che si insinua nei rapporti quotidiani, nelle dinamiche familiari, nei modelli educativi. La casa in cui si svolge gran parte del film diventa un dispositivo. Uno spazio ordinato in cui si gioca una delle tensioni più interessanti del film: quella tra affetto e coercizione. La famiglia si prende cura del ragazzo, ma allo stesso tempo lo annulla, lo riduce a un comportamento da migliorare.

La domanda implicita che attraversa tutto il film sembra proprio essere: quanto dell’educazione è davvero crescita, e quanto invece è addestramento all’obbedienza? Il confine tra le due cose è molto più fragile di quanto siamo disposti ad ammettere.

Tommy, col tempo, impara ad adattarsi, a rispondere alle regole, a simulare un cambiamento. Ed è proprio questa simulazione uno degli elementi più allarmanti del film. Perché ciò che viene ottenuto non è una trasformazione reale, ma un comportamento conforme.

Qui emerge uno dei nuclei più forti del film: l’idea che si possa intervenire sull’individuo dall’esterno, modellarlo, correggerlo, senza conseguenze.

In realtà, ogni forma di controllo lascia una traccia, produce una frattura, genera una distanza tra ciò che si è e ciò che si è costretti a essere.

In questo senso, Good Boy funziona quasi come una fiaba nera sulla normalità. Non racconta solo la storia di un ragazzo problematico e di una famiglia ossessionata dall’ordine sociale, ma mette in scena una società che ha paura di ciò che non riesce a contenere.

La parabola di Kubrick si ripete. La società è violenta con i deboli e debole con i violenti?

Cosa comunichiamo alle generazioni che si stanno formando, che si imbattono per la prima volta in comportamenti socialmente accettati e inaccettabili? Cosa offriamo a chi agisce correttamente? Cosa promettiamo a chi invece subisce il fascino della devianza? Una rieducazione altrettanto violenta e fuori dalle regole?

L’uomo dovrebbe essere libero di scegliere tra il bene e il male. Eliminare questa scelta conduce alla formazione di uomini resi automi, privi di anima e di individualità.

I due film, però, sembrano infine mandare un messaggio diverso.

Alex non esce vincente dalla “Cura Ludovico”: è inerme e sconfitto dalla manipolazione psicosociale avvenuta ai suoi danni; non riesce ad affrontare una società che l’ha semplicemente “azzerato”.

Tommy, invece, dopo essere scappato, ritorna dai suoi carnefici. Loro sono gli unici che hanno voluto il suo bene, che lo hanno educato, che si sono presi cura di lui. Una prigione, quella in cui si è ritrovato il protagonista, percepita come forma di salvezza e amore.

Mentre Arancia meccanica riflette sulla difficoltà di gestire il male insito nell’uomo senza distruggere la sua essenza, Good Boy sembra raccontarci che il problema nasce dalle istituzioni e dalla famiglia, e che la “cura” è la risposta. Ci comunica che un ragazzo è disposto a perdere la propria libertà, la propria essenza, in cambio di attenzione, seppur essa significhi segregazione e violenza.

A voi la riflessione finale; io… aspetto il prossimo film!

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1 commento su “Good Boy: il lato oscuro della normalità”
  1. nel loro brano del 2016 “L’anima non conta” gli Zen Circus cantano “se non te lo dice lui o non te lo dice lei, non conta” : nell’era dei prompt per comandare l’informatica……come si programmano gli esseri umani?

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