Con l’arrivo su Netflix di “Buen Camino”, Checco Zalone sembra aprire una nuova fase della propria comicità. Il film conserva la struttura popolare e paradossale del suo cinema, ma attenua la componente più satirica in favore di un racconto più emotivo, universale e conciliatorio. Tra successo di pubblico e trasformazione artistica, resta aperta una domanda: la risata di Zalone continuerà a essere uno specchio scomodo della società italiana?
Nel cinema italiano contemporaneo pochi autori hanno saputo incidere sull’immaginario collettivo con la stessa forza di Checco Zalone (all’anagrafe Luca Pasquale Medici). La sua comicità, costruita su un equilibrio sottile tra linguaggio popolare, caricatura e osservazione sociale, ha permesso ai suoi film di raggiungere un pubblico vastissimo senza rinunciare a una dimensione critica. Con l’arrivo su Netflix di Buen Camino, tuttavia, qualcosa sembra cambiare: la risata resta centrale, ma il tono appare più conciliatorio e meno apertamente satirico rispetto ai lavori precedenti.
Fin dagli esordi, Zalone ha costruito il proprio personaggio attorno alla figura dell’“italiano medio”, portando all’estremo difetti, paure e contraddizioni radicate nella società. Questa strategia comica si inserisce nella tradizione della commedia all’italiana, dove il riso non è mai soltanto evasione ma diventa anche uno strumento di critica culturale. Nei suoi film, il protagonista appare spesso ingenuo, opportunista o moralmente ambiguo; proprio questa rappresentazione grottesca permette allo spettatore di riconoscere, dietro l’esagerazione, comportamenti e mentalità diffusi nella vita quotidiana.
Film come Cado dalle nubi e Quo vado? incarnano perfettamente questa dimensione satirica. Nel primo, l’incontro tra un giovane cantante pugliese e la realtà del Nord Italia diventa l’occasione per ironizzare su stereotipi culturali e tensioni identitarie. Nel secondo, la figura dell’impiegato ossessionato dal “posto fisso” si trasforma in una caricatura capace di raccontare una delle più profonde ansie sociali del Paese: il rapporto con la sicurezza economica e con lo Stato. In entrambi i casi, la comicità non si limita a intrattenere, ma funziona come lente deformante attraverso cui osservare le contraddizioni dell’Italia contemporanea.
Con Buen Camino, il registro appare diverso. Il film mantiene la struttura comica e le situazioni paradossali tipiche di Zalone, ma si orienta verso una narrazione più universale e meno divisiva. Al centro della storia c’è il tema del viaggio — fisico e interiore — che costringe il protagonista ad abbandonare le proprie certezze e a confrontarsi con esperienze nuove. Il cammino diventa così metafora di trasformazione: un percorso attraverso il quale emergono valori come l’empatia, la solidarietà e la riscoperta della semplicità.
In questo contesto, la satira sociale si attenua, lasciando spazio a una dimensione più emotiva e conciliatoria. La risata non nasce più soltanto dalla critica dei difetti collettivi, ma anche dal racconto di un cambiamento personale che lo spettatore può condividere senza sentirsi direttamente messo in discussione. È una comicità che sembra puntare meno sulla provocazione e più sulla capacità di coinvolgere un pubblico trasversale.
Proprio qui si apre una questione interessante sul rapporto tra successo e intenzione artistica. Se nei film precedenti la popolarità di Zalone era legata alla sua abilità nel trasformare la comicità in uno strumento di critica sociale, Buen Camino sembra suggerire una strategia diversa: quella di costruire una narrazione capace di parlare a tutti, riducendo i conflitti e privilegiando un messaggio più universale.
In fondo, la differenza tra satira e commedia conciliatoria è sottile ma decisiva. La satira implica una presa di posizione e, inevitabilmente, il rischio di scontentare qualcuno. Una comicità più inclusiva, invece, tende a evitare frizioni e a cercare il consenso più ampio possibile. Il successo del film potrebbe quindi essere letto in due modi: come segno di una maturazione artistica verso temi più universali oppure come il risultato di una scelta narrativa pensata per non dividere il pubblico.
La risata di Zalone sembra, dunque, cambiare direzione…
Ed è forse proprio qui che si colloca il nodo critico dell’operazione.
La comicità di Checco Zalone basa la propria forza sulla capacità di mettere a disagio lo spettatore mentre lo fa ridere, costringendolo a riconoscere, nelle caricature sullo schermo, alcune delle proprie debolezze. In Buen Camino questa tensione sembra attenuarsi: il pubblico ride ancora, ma ride in modo più rassicurante, meno disturbante.
Non è necessariamente un limite, ma rappresenta certamente un cambiamento. Se la satira ha il compito di incrinare certezze e smascherare ipocrisie, una comicità più universale rischia talvolta di trasformarsi in un racconto che preferisce conciliare piuttosto che provocare. Il film, quindi, può essere interpretato come il segno di una nuova fase nella carriera dell’autore: una fase in cui la volontà di parlare a tutti diventa centrale.
La domanda che resta aperta riguarda il futuro di questa traiettoria. La popolarità di Zalone nasceva dalla sua capacità di raccontare l’Italia senza troppe cautele, mettendone in scena i difetti con ironia spietata. Se la nuova direzione privilegia, invece, una narrazione più universale e meno satirica, il rischio è che la comicità perda parte della sua forza critica.
In questo senso, Buen Camino non rappresenta soltanto un successo cinematografico, ma anche un momento di passaggio: un film che invita a chiedersi se la risata di Zalone continuerà a essere uno specchio scomodo della società italiana o se, nel tentativo di parlare a tutti, finirà per diventare semplicemente una risata condivisa.

Manuela Ruggi è un concentrato di energia e buonumore! Ama girare il mondo con la curiosità di un’esploratrice e immergersi in nuove culture come fossero romanzi tutti da leggere. Si diverte a districare i fili delle questioni che fanno girare il nostro pianeta e a esplorare le regole del gioco sociale. È convinta che il cervello vada usato e allenato, non lasciato lì a prendere polvere! Sta ancora facendo pace con l’idea che, a volte, bisogna lasciar andare… ma ci sta lavorando, promesso!
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