Da “The Truman Show” al mito della caverna, passando per Totò, Freud, Schopenhauer e il DNA, l’articolo trasforma la vita in una gigantesca messa in scena tra realtà, finzione e microbi. Una riflessione visionaria sul nostro bisogno di verità, sulle rivoluzioni quotidiane e su quei registi invisibili che, nel microcosmo, smontano e rimontano la pellicola dell’esistenza
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The Truman Show è un film del 1998 diretto da Peter Weir con Jim Carrey protagonista in uno dei suoi ruoli più drammatici e sorprendenti. La storia ruota attorno a Truman Burbank, un uomo che vive una vita apparentemente perfetta in una cittadina idilliaca… finché non scopre che tutto ciò che lo circonda è una gigantesca scenografia e che la sua esistenza è trasmessa in diretta mondiale come uno show televisivo.
Il film anticipa la cultura dei reality e la spettacolarizzazione della vita privata: il viaggio di Truman è una metafora potente del senso della vita e della ricerca della verità tra realtà e finzione.
La soluzione di questo eterno enigma ce la suggerisce la conclusione della poesia ’A livella di Totò: “Queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri… apparteniamo alla morte!”. Anche perché, parafrasando liberamente Freud, se rimuoviamo la malattia e la morte dal nostro pensiero, ragioniamo con metà cervello.
Dal mito della caverna di Platone fino al futuristico Matrix si ripropone progressivamente il tema della rivoluzione, che può avvenire nella vita quotidiana di ciascuno di noi nel momento in cui si esce dal sentiero battuto, si trova una strada alternativa e si sente l’esigenza di comunicarla agli altri.
Un esempio di questa doppia visione, attraverso il cambio del punto di vista, lo possiamo cogliere nelle dissonanti narrazioni che sentiamo ogni giorno sulla guerra: vedendola da fuori, ne cogliamo l’assurdità rispetto, per esempio, a un terremoto o a una pandemia. Ma se andiamo “dentro la sua messa in scena” e la contestiamo, saremo avversati e respinti, poiché interrompiamo un programma che, per quanto assurdo, si è ormai consolidato nel tessuto nervoso di chi lo sta vivendo.
Finalmente, con il DNA, abbiamo trovato il filo di Arianna per uscire da un labirinto che, da Platone a Cartesio, ha riproposto, in diverse scene letterarie e cinematografiche, la contrapposizione tra il mondo delle idee e la corporeità, tra il razionale e il reale: dimensioni che si inseguono ma non riescono a sintonizzarsi. Anche Schopenhauer, ne Il mondo come volontà e rappresentazione, riprende la questione della volontà di vivere, fine a se stessa, che governa inconsciamente le nostre vite e di cui non siamo altro che attori inconsapevoli.
La pubblicità che alimenta il nostro agire, attraverso la comunicazione – evoluzione della forza di gravità – varia continuamente tra ripetizioni e rivoluzioni. Cambia la pubblicità, cambia il linguaggio e cambia anche il DNA delle nostre cellule e dei microbi che vivono con noi: un po’ nostri abitanti e un po’ nostri predatori, dal momento che ci digeriscono quando siamo morti.
C’è un parallelo, dunque, tra il mondo delle idee e il micromondo dei microbi, tale che potremmo dire che, nel corso della storia da noi documentata, abbiamo avuto un DNA medievale e un DNA rinascimentale, un DNA illuminista e uno futurista.
Totò batte tutti i filosofi in una frase: “Queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri… apparteniamo alla morte!”, perché, in effetti, tutte le nostre guerre e paci, le storie di miseria e nobiltà, altro non sono che fiction durante le quali i batteri riorganizzano parallelamente il DNA per creare cicli microcosmici funzionali, riparando ciò che si rompe oppure, nel momento in cui l’intero sistema funziona troppo male, disfacendo tutto e riprovandoci di nuovo alla prossima coincidenza utile, cioè il prossimo uovo fecondato disponibile.
Quindi non mi devo chiedere quanti anni ho, ma a quale tentativo energetico appartengo?
Per migliaia di anni abbiamo cercato gli autori di questa misteriosa commedia della vita nello spazio macrocosmico, mentre probabilmente i registi sono nel microcosmo dei microbi che smontano e rimontano la pellicola del DNA e, paradossalmente, non riescono a vedere lo show!

Andrea Ciavaglia è un fanese classe ’81. Dopo il diploma al Liceo Classico, si dedica agli studi sanitari e, dopo la laurea in medicina, entra nella rete della medicina del territorio. Dalle guardie mediche nella provincia di Pesaro e Urbino, giunge alla medicina generale, dove scopre inaspettatamente che “il corpo umano è una macchina quantistica che va a sangue”. Comincia così per lui un nuovo viaggio, dentro sé stesso, da fare assieme… perché “non è la storia che spiega il corpo… ma è il corpo che spiega la storia”.
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in questo tempo di “Disvelamenti” si apre il dibattito: crediamo più agli alieni o ai microbi?