Da Sanremo alla canzone d’autore: che cos’è davvero il cantautorato

Lucio Corsi conquista il podio di Sanremo 2025 e, insieme a Brunori Sas, certifica un dato sorprendente: il cantautorato non solo resiste, ma torna a vincere. Da qui parte un viaggio nella storia della canzone italiana, dall’opera lirica alla svolta di Modugno e all’esplosione degli anni Sessanta. Tra la modernità musicale di Battisti e la centralità poetica di De André, l’articolo ribalta la definizione di “cantautore”: a volte non è chi scrive tutto da sé, ma chi sceglie parole e significati capaci di restare

Ora che siamo alle porte di Sanremo 2026, ci prepariamo con un flashback sulla precedente edizione!

L’edizione 2025 ha visto due cantautori sui tre gradini del podio: Lucio Corsi e Brunori Sas, rispettivamente al secondo e al terzo posto. Al primo posto c’è il giovane Olly che, nella serata delle cover, ha cantato Il pescatore di Fabrizio De André, il vero padre del cantautorato italiano. Questi sono i tre artisti sul podio, ma chi è il vincitore? Il vincitore è stato il cantautorato, genere di cui da decenni si teme l’estinzione, mentre dimostra ancora di essere più vivo che mai.

Ma che cos’è il cantautorato? Letteralmente sarebbe cantautore chiunque canti canzoni scritte da sé stesso. Ma è proprio vero che chiunque prenda una chitarra e improvvisi una propria canzone sia un cantautore? Riteniamo di no e lanciamo una provocazione: non sempre chi scrive le proprie canzoni è cantautore, anzi a volte fanno cantautorato interpreti che non scrivono quello che cantano. Per dimostrare questa affermazione paradossale, che ribalta completamente la definizione standard, abbiamo bisogno di un lungo excursus…

C’era una volta l’opera lirica, che tra Settecento e inizio Novecento era il genere più diffuso in Italia e non c’era chi non fischiettasse La donna è mobile dal Rigoletto di Verdi né conoscesse Nessun dorma dalla Turandot di Puccini. Ma ancora oggi i nomi più rappresentati sono proprio Verdi e Puccini, e dopo quest’ultimo l’opera non ha conosciuto più un travolgente successo popolare.

Ad essa si è sostituita prima la canzone napoletana, poi la canzone italiana: brani celeberrimi in dialetto napoletano come ’O sole mio, Funiculì, Funiculà, Torna a Surriento e versi popolarissimi in italiano come «Mamma, son tanto felice perché ritorno da te» sono entrati nel repertorio dei grandi tenori lirici come Enrico Caruso e Beniamino Gigli. Tra gli anni Trenta e i Cinquanta nuovi ritmi ed esperienze da oltreoceano, come swing, ragtime e musical vestono di nuovi colori la canzone italiana che però sostanzialmente rimane fedele alla grande tradizione melodica dell’aria d’opera. Erano canzoni tenorili, leggere e d’amore, mai scritte da chi le interpretava, che hanno fatto la fortuna artistica del più affermato cantante degli anni Cinquanta, il tenore leggero Claudio Villa.

Alla fine del decennio, nel 1958, è il successo mondiale di Nel blu, dipinto di blu, partito proprio da Sanremo, a scompaginare le carte: dopo secoli di separazione tra autori e interpreti, Domenico Modugno è autore e interprete delle proprie canzoni: secondo la definizione classica di “artista che scrive e canta le proprie canzoni” è lui il primo cantautore italiano, e apre le porte al grande fenomeno del cantautorato degli anni Sessanta.

Modugno era tuttavia ancora legato ai moduli tipici della canzone italiana tradizionale. Negli anni Sessanta, proprio prendendo le distanze da Modugno, due grandi artisti, antitetici e complementari, guidano l’evoluzione della canzone italiana nell’epoca delle contestazioni giovanili: Lucio Battisti e Fabrizio De André.

Battisti rimproverava a Modugno il vetusto stile compositivo, legato alla canzone tradizionale italiana di matrice operistica, e, ispirandosi soprattutto ai Beatles, importò nuovi ritmi, tratti dalla musica anglosassone: il pop, il rock, il blues e successivamente il soul. Creò una cesura con tutto ciò che lo precedeva: possiamo ascoltare ancora oggi in radio canzoni di Battisti o di altri cantanti successivi a Battisti, ma difficilmente ascolteremmo Claudio Villa e neppure Modugno, se non reinterpretati in chiave più moderna. Battisti fu un indiscusso maestro nel trovare strofe, ritornelli, bridge efficaci e vincenti e nello scalare con le sue canzoni – ma anche con quelle scritte da lui e interpretate da altri (Mina, Formula 3, Equipe 84…) – le classifiche italiane di vendita. Scriveva la musica delle sue canzoni ma non i testi. Arrogandoci il vezzo di dare definizioni, possiamo individuare in Battisti il capostipite della “musica leggera”: una canzone non centrata sui testi ma sulla costruzione musicale moderna, orecchiabile, immediata, con tematiche soprattutto d’amore. Anche se i testi delle canzoni di Battisti erano comunque buoni e perfetti per la sua musica, perché come paroliere aveva il grande Mogol.

De André rimproverava a Modugno, e più in generale alla canzone tradizionale italiana, di trattare con un lessico scontato temi futili, quasi sempre d’amore, banalmente borghesi. Lo stesso ritornello di Nel blu, dipinto di blu («Volare, o-ho, / cantare, o-oh-oh-oh / nel blu dipinto di blu / felice di stare lassù»), la canzone italiana più famosa nel mondo, era visto come lontano anni luce da una concezione profonda e impegnata del testo poetico. Dopo secoli in cui era stata la melodia a prevalere, De André iniziò a scrivere canzoni centrate proprio sui testi e sui temi, ispirandosi alla poesia, con una grande attenzione al significante e al significato. Arrogandoci di nuovo il vezzo di dare definizioni, possiamo individuare in De André il capostipite del “cantautorato” come lo intendiamo oggi: un genere in forma-canzone che tratta temi importanti e impegnati, con grande attenzione alle parole, al loro significante e al loro significato, in ciò assimilabile alla poesia.

Ecco perché, in alcuni casi, paradossalmente, artisti che scrivono le proprie canzoni utilizzando moduli tipici della musica leggera – come Francesca Michielin o Nek – appartengono meno a questo genere rispetto ad altri – come Fiorella Mannoia o Malika Ayane – che non scrivono testi e musica ma scelgono di interpretare canzoni d’autore, in cui l’attenzione al significante e al significato è forte. Ecco dunque spiegata la provocazione iniziale: non sempre chi scrive le proprie canzoni è cantautore, anzi a volte fanno cantautorato interpreti che non scrivono quello che cantano.

Il cantautorato, che nel secolo scorso ha rappresentato la canzone di significato, quella che dice le cose profonde e importanti, che non si esprime in modo banale, che accompagna le lotte e le rivendicazioni sociali, il cambiamento e le rivoluzioni, che è poesia e letteratura anche se non vuole ammetterlo, non è mai morto e non morirà mai. Il gusto di comporre canzoni con testi elaborati, importanti, c’è sempre stato: è verosimilmente il bisogno umano, presente sin dai primi testi religiosi, di significati ricchi e polisemici, di parole sciamaniche, profonde e belle. Ci saranno sempre i cantautori dai testi complessi da una parte e la musica leggera dai testi semplici dall’altra, come c’erano tra i trovatori del Medioevo un trobar clus e un trobar leu: in ogni epoca assumono vesti e ritmi diversi ma sono sempre loro, colmano sempre gli stessi bisogni e vuoti umani.

Perciò, dopo esserci occupati della nascita e della definizione del genere, nel prossimo articolo faremo una carrellata di cantautori da De André ad oggi, in attesa delle sorprese di Sanremo 2026…

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2 commento su “Da Sanremo alla canzone d’autore: che cos’è davvero il cantautorato”
  1. Meraviglioso viaggio nella Musica! Abbiamo bisogno di parlare di Musica! E’ la chiave di lettura per recuperare a ritroso tutto il senso della letteratura stessa, la parola è musica!

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