“Mica stupide”: da De André a Fulminacci, storia breve del cantautorato italiano

Dopo aver raccontato la nascita del cantautorato, ripercorriamo in rapida carrellata la sua evoluzione: dai padri nobili (De André, Guccini, De Gregori) alle svolte degli anni ’80 e ’90, tra Battiato, Battisti-Panella e le nuove contaminazioni rock, indie ed elettroniche. Tra dimenticati, sperimentatori e nuove voci, dal sarcasmo di Caparezza alle finezze indie, arriviamo all’Ariston 2026: un mosaico di generi dove Fulminacci porta ancora parole vive, senza perdere il filo

Dopo aver parlato nel precedente articolo della nascita del cantautorato, facciamo una veloce carrellata di autori dal “fondatore” De André fino a Sanremo 2026!

Contemporanei al cantautore genovese ricordiamo Francesco Guccini, fiero portavoce delle istanze della sinistra più vera; Angelo Branduardi, vicino al cattolicesimo e alla cultura musicale del Medioevo cristiano e profano; Francesco De Gregori, con i suoi bellissimi versi ermetici e gli arrangiamenti che guardano a Bob Dylan; la genuinità di Pierangelo Bertoli, la teatralità di Giorgio Gaber: per ciascuno di questi giganti ci vorrebbe una trattazione a parte, ma per oggi ci accontentiamo di citarli solamente.

Gian Piero Alloisio, altro autore importante ma meno noto di quelli fin qui menzionati, era amico di Gaber e Guccini, assieme al quale scrisse la bellissima Venezia. A Guccini sono legati anche i Nomadi: molti grandi successi del gruppo, come Dio è morto, Canzone per un’amica, Auschwitz, Il vecchio e il bambino, sono scritti da lui. “Dio è morto” è una citazione del filosofo Nietzsche, Auschwitz tratta il tema dei lager nazisti: già solo da questi titoli possiamo misurare la distanza tra il cantautorato e la canzone italiana precedente. La band del grande tastierista Giuseppe Carletti appassionò generazioni di fan ai temi sociali e impegnati, e dimostrò che anche un gruppo poteva fare cantautorato, svincolandosi dall’idea di un solo individuo che scrive e canta. Un altro grande mito degli anni ‘70 è stato il talentuoso e irriverente Rino Gaetano, morto prematuramente. Come dimenticare poi gli album di Lucio Dalla con i testi del poeta Roberto Roversi?

Negli anni ‘80 Franco Battiato portò il cantautorato a nuove sonorità e arrangiamenti, affrancandolo dall’etichetta di musica impegnata ma noiosa: ritmo, chitarre elettriche, tastiere d’avanguardia incorniciano testi colti, ironici e di profonda spiritualità. Ivano Fossati, dopo gli esordi col gruppo prog dei Delirium, fu protagonista di una carriera di grande autorialità interpretando sue canzoni e scrivendo per altri, continuando la tradizione genovese di De André. I catanesi Denovo, sulla scia del conterraneo Battiato, rinnovarono il linguaggio rendendolo più inclusivo e meno legato alla poesia tradizionale; poi continueranno con interessanti carriere soliste, come quelle di Mario Venuti e Luca Madonia.

Tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio dei ‘90, Lucio Battisti, che abbiamo individuato come caposcuola della “musica leggera”, nel sodalizio con il paroliere Pasquale Panella cantò nuovi testi completamente svincolati dalla tradizione, più vicini all’ultimo Montale di Satura o al Calvino di Palomar che alle rime e al lessico consueti della tradizione poetica ottocentesca o ermetica, a cui soprattutto invece guardavano i cantautori predecessori. È davvero incredibile la parabola di questo artista: dopo aver scalato le classifiche con canzoni leggere come Dieci ragazze per me e numerosi altri successi chiuse la sua carriera approdando al cantautorato e portandolo oltre i suoi limiti, sfidando le possibilità del linguaggio, raggiungendo inedite frontiere di astrattismo e metafisica.

Negli anni ‘90 epigoni di Battisti furono gli Audio 2, autori anche di belle canzoni per Mina e Celentano. Il cantautorato si mescolò a nuovi generi, come il rock alternativo, nel caso degli Afterhours di Manuel Agnelli, o con un rock più blues e latino, nel caso dei Negrita; attinse al folk indipendente la Bandabardò di Enrico Greppi, detto “Erriquez”; guardarono all’elettronica i Bluvertigo di Morgan, i Tiromancino di Federico Zampaglione, la cui scrittura peculiare valorizza la musicalità del verso sdrucciolo, e Max Gazzè, che riuscì a coniugare bellissimi testi con il successo di diverse hit da classifica. Tra le artiste femminili si affermò la “cantantessa” Carmen Consoli nel solco della scuola catanese (il suo primo successo è Amore di plastica, scritto da Mario Venuti).

Tra i ‘90 e il nuovo millennio si sono fatti amare i Baustelle, gruppo toscano guidato dalle voci di Francesco Bianconi, timbro profondo e sillabazione deandreiana, e di Rachele Bastreghi, stile moderno e vintage allo stesso tempo, fra cantautorato ed indie rock. Caparezza ha reso il rap cantautorale, liberandolo dal linguaggio del ghetto e raggiungendo notevoli effetti semantici e paronomastici. I Camillas sono riusciti nell’impresa di unire testi d’autore e demenziali, attraverso una fine ironia indie.

All’inizio del nuovo millennio paradossale è il caso di Valeria Rossi, i cui giochi di parole hanno ottenuto anche l’interesse del geniale enigmista Stefano Bartezzaghi. La sua hit Tre parole, col refrain tormentone “Dammi tre parole, sole, cuore, amore” voleva sfidare proprio le basi del genere, rovesciando lo storico articolo I “cantautori” promettono canzoni “mica stupide”, uscito nel 1960 sul Corriere d’Informazione:

“I cantautori, quelli che scrivono testi «mica stupidi», canzoni che abbiano un significato, nelle quali cuore non faccia rima con amore”,

ma ottenne al contrario l’effetto di essere recepita come banale e scontata, condannando l’autrice ad un oblio da cui non si è più affrancata. Un’altra sfida alla tradizione è quella degli Antica Tradizione: il cantautorato si è affermato nel secondo dopoguerra nella cultura giovanile sessantottina e di sinistra, mentre il gruppo di Fabio Farri, addirittura nella rossa Bologna, propone temi tratti dalla filosofia vitalista e tradizionalista di Julius Evola, più vicini alla destra politica.

Due cantautrici outsider meritano almeno una citazione. Ghita Casadei, deceduta a soli 34 anni per una malattia incurabile, ha potuto lasciarci nel 2013 un album capolavoro, Per quello che sono, oggi dimenticato ma assolutamente da rivalutare. Da brividi la canzone testamento La solita maniera (“Io vivo alla solita maniera / sputando sangue e bevendo vino / sperando che il tempo sia gentile”), pubblicata postuma, che ci testimonia i suoi ultimi giorni in questo mondo. Coniugò testi cantautorali a un’interpretazione di grande perizia tecnica, più vicina al folk e al pop. Di grande spessore interpretativo consideriamo anche un’altra grande signora dimenticata della canzone italiana, Susanna Parigi, che unì sapientemente cantautorato, jazz e pop: ci ha lasciati poco più di due anni fa, e ci piace ricordare il suo trascinante inno femminista Donne esoteriche.

Antonio Diodato, vincitore di Sanremo 2020, fonde, come le ultime cantautrici citate, autorialità e notevole capacità interpretativa, valorizzando con una cristallina tecnica vocale testi interessanti, costruiti su frequenti assonanze e arrangiamenti di leggera psichedelia. Certamente molti altri nomi si potrebbero aggiungere: abbiamo lasciato fuori Ivan Graziani, Cesare Cremonini, Samuele Bersani e ogni lettore potrà avere i suoi nomi da aggiungere o da togliere.

Già, Sanremo… Negli anni più recenti il cantautorato, prima spesso allergico al Festival, è sbarcato al teatro Ariston: dal pluripremiato Francesco Gabbani alla classe infinita di Colapesce e Dimartino, dalla vivacità di Coma_Cose e La Rappresentante di Lista a Lucio Corsi e Brunori Sas, c’è sempre nuova linfa per la canzone d’autore, con vesti ogni volta diverse ma con un livello sempre alto di musica e parole.

E il Sanremo di quest’anno? Un’attitudine spiccatamente cantautorale l’hanno certamente Fulminacci e Michele Bravi, classificatisi rispettivamente settimo e ventiduesimo. Non è stata un’edizione dominata dai cantautori, ma da un caleidoscopio di generi diversi, tra ammiccamenti alla canzone italiana tradizionale (Sal Da Vinci e la Carrà citata da Elettra Lamborghini), il reggaeton di Samurai Jay, il rap di Tredici Pietro e Sayf, l’elettronica ballabile di Ditonellapiaga, l’indie di Maria Antonietta & Colombre, il funk di Malika Ayane, interpreti storici in carne e ossa come Patty Pravo… Unica costante l’intergenerazionalità, e questo è davvero meritorio, fattore di unione in una feroce epoca di polarizzazione e divisione.

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