Sex Pistols: il grido punk che sfidò la monarchia

Negli anni ’70 Malcolm McLaren accende la miccia di una rivoluzione culturale, mescolando punk, moda provocatoria e arte situazionista. Con i Sex Pistols riscrive le regole del rock e scuote le fondamenta dell’establishment britannico. L’album “Never Mind the Bollocks” non è solo musica: è un’esplosione di dissenso che segna per sempre l’immaginario giovanile

Nel maggio del 1968 un ventiduenne londinese fa di tutto per trasferirsi a Parigi e partecipare alle rivolte dei giovani sessantottini del “maggio francese” ma, per una serie di difficoltà, non riesce ad unirsi alle proteste. Spirito inquieto come quello di suo padre, che lo aveva abbandonato all’età di due anni, Malcolm era fuggito di casa appena adolescente e aveva condotto una vita vagabonda nella capitale inglese. Aveva poi seguito irregolarmente lezioni in varie scuole ed accademie d’arte, nelle quali era rimasto affascinato dalle avanguardie e in particolare dal movimento artistico del situazionismo, che concepisce l’arte non come prodotto – quadri, sculture, affreschi – ma come situazione, cioè come azione rivoluzionaria e provocatoria per il cambiamento della società. Nel 1968 manca dunque l’appuntamento con la rivoluzione giovanile, ma nel 1977 realizzerà egli stesso una grande rivoluzione giovanile, nella musica e nella moda, dopo la quale niente sarà più come prima.

La donna che gli cambia la vita è la stilista Vivienne Westwood, titolare del negozio di vestiti Let it rock! al n. 430 di Kings Road, nel quartiere Chelsea di Londra, con la quale inizia una relazione travolgente. Vivienne divorzia da suo marito e, influenzata da Malcolm, trasforma il look promosso dal negozio, un rock ’n’ roll anni ’50 stile teddy boy, in un look molto più aggressivo, fatto di t-shirts strappate, pantaloni in pelle, spille, borchie, accessori fetish-sadomaso, ribattezzando il negozio “SEX”. Il negozio, così reinventato, diventa subito un mito e un simbolo della controcultura londinese degli anni ’70.

Malcolm McLaren inizia parallelamente l’attività nel mondo della musica, disegnando i costumi e curando la controversa immagine degli americani New York Dolls. A Londra segue invece gli Strand, ragazzi che frequentano il negozio della compagna e quando un gruppo di giovani sbandati, i Johns, così chiamati perché avevano tutti il nome John, cominciano a frequentare il “SEX”, ha l’idea di creare un gruppo musicale di rottura con tutta la tradizione precedente, una band che vesta “SEX” e che cancelli in un turbine di violenza situazionista tutta la musica e la moda precedenti. Trasforma gli Strand nei Sex Pistols, con chiaro riferimento al nome del negozio – oltre alla chiara e scandalosa allusione sessuale – facendovi entrare progressivamente due dei Johns, John Lydon e John Simon Ritchie, ribattezzandoli Johnny Rotten e Sid Vicious (“Johnny il Marcio e Sid il Vizioso”).

Il gruppo inizia ad esibirsi nei college e nelle scuole d’arte in performance situazioniste provocatorie e sconcertanti, creando scandalo e scontrandosi più volte con le forze dell’ordine e con le autorità locali, che spesso non permettono ai Sex Pistols di esibirsi. La forza del cantato di Johnny Rotten, ironico e aggressivo, è travolgente; la chitarra è suonata male da Steve Jones, attraverso bicordi elementari e con una rumorosa distorsione; il batterista Paul Cook è veloce ma impreciso; il basso è prima selvaggio (con Glen Matlock) e poi del tutto inadeguato (con Sid Vicious): il sound appare nel complesso rozzo e violento, anche perché i componenti della band non sono dei veri musicisti, e si contrappone al progressive rock, raffinatissimo e supertecnico, suonato da squisiti strumentisti, che dalla fine degli anni ’60 fino a quel momento aveva caratterizzato la scena.

Era nato il punk.

La violenza e l’immediatezza del nuovo fenomeno punk spazzano via in un attimo il successo di band progressive come i King Crimson, gli Yes, i Gentle Giant e fa apparire superato persino l’hard rock degli ultimi Led Zeppelin, caratterizzato da brani lunghi e complessi.

Uno dei singoli di maggior successo di Never Mind the Bollocks, unico album dei Sex Pistols, è l’irriverente God Save the Queen. Il 27 maggio 1977 è il giorno del Giubileo d’Argento della regina Elisabetta II (quella amatissima dal mondo intero, deceduta nel 2022) e Malcolm McLaren organizza una presentazione in grande stile del brano, facendolo suonare dalla band in un’imbarcazione sul Tamigi proprio davanti a Westminster! Come voluto dall’astuto manager, lo scandalo è grande, undici persone vengono arrestate – tra cui lo stesso McLaren – e il brano balza immediatamente in cima alle classifiche di ascolto e di vendita. Dopo la dissacrazione e il sovvertimento sociale di Anarchy in the U.K., primo singolo del disco, ora il simbolo stesso dell’Inghilterra, la regina Elisabetta, è attaccata dall’insolente band di McLaren: viene perciò subito vietato alle radio di trasmettere il brano se non in fasce orarie serali, e di questo provvedimento testimonia la voce dello speaker radiofonico che potete ascoltare nell’ultima parte del video.

I Sex Pistols rappresentano la trasgressione in persona: all’aeroporto di Heathrow, prima di partire per un concerto ad Amsterdam, si ubriacano e vomitano addosso ad anziane signore; Sid Vicious è in grado di esibirsi grondante sangue con le parole “Gimme a fix!” (“datemi una dose!”) incise sul torace con un rasoio; ha sostituito Matlock, buttato fuori dal gruppo perché “gli piacciono i Beatles e si lava i piedi”, come dichiara Steve Jones in un’intervista.

La trasgressione a livello musicale è non meno grande: l’aver potuto realizzare un grande disco rock senza essere neppure veri musicisti rappresenta una sconvolgente novità.

“Ever get the feeling you’ve been cheated?”

“Avete mai avuto l’impressione di essere stati imbrogliati?” chiede Johnny Rotten al pubblico alla fine dell’ultimo concerto dei Sex Pistols, a San Francisco, il 14 gennaio del 1978. Un mese dopo lascia la band, abbandona il nome di Johnny Rotten per tornare a chiamarsi John Lydon, e inizia un infinito duello giudiziario contro Malcolm McLaren, accusandolo di averlo usato, sfruttato e costretto ad attività criminali per fini promozionali. Un anno dopo Sid Vicious muore d’overdose. I Sex Pistols non esistono già più, dopo un solo album pubblicato.

Nel 1980 Malcolm McLaren nel film-documentario The Great RocknRoll Swindle, “La grande truffa del rock’ n’ roll”, rivendica come sua creatura e invenzione i Sex Pistols e tutto il fenomeno punk.

La contestazione a tutto il perbenismo, al capitalismo, alla monarchia fu dunque solo una grande trovata commerciale? La ribellione punk è stata solo l’abile provocazione di un artista situazionista? L’estetica punk è stata solo una delle tante mode di abbigliamento che il punk stesso irrideva?

 “La perfetta efficienza d’una società conformista si rivela nel riuscire a costituirsi un corpo di anticonformisti in uniforme da anticonformista”

Italo Calvino, Un ottimista in America

Anche se così fosse, è innegabile che i Sex Pistols abbiano riscritto le regole del rock e lasciato una traccia indelebile. Chi è sopravvissuto al loro passaggio non ha potuto non tenere conto della loro rivoluzione: come i Queen, che nello stesso 1977 realizzano l’album News of the world con canzoni come We are the champions e We will rock you, dirette ed immediate, dei veri inni da stadio, abbandonando l’attitudine progressive degli album precedenti. I primi accordi di chitarra di The wall, del 1979, ci fanno capire che anche i Pink Floyd sono ora molto più diretti e d’impatto. La New wave degli anni ’80 unirà punk, melodia ed elettronica. Il grunge dei ’90 riprenderà il suono distorto e grezzo delle chitarre e l’immediatezza degli arrangiamenti, guardando alla band inglese come ad un modello (il titolo dell’album epocale dei Nirvana, Nevermind, cita direttamente quello dei Sex Pistols), sostituendo però all’ironia dissacrante una cupa disperazione. Green Day prima, Blink 182 e Sum 41 poi, daranno vita ad una sorta di revival pop del suono e dell’estetica punk.

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