Angelina Mango, figlia del grande cantautore lucano Pino Mango, porta nel suo brano “Melodrama” le sonorità globali del pop contemporaneo, intrecciandole con il dialetto, le emozioni e le radici del suo Sud. Tra ribellione e nostalgia, Angelina racconta la Generazione Z rimanendo profondamente autentica, in equilibrio perfetto tra nuove influenze e tradizione familiare
Le note iniziali di Melodrama di Angelina Mango, che richiamano lo stile oscuro e accattivante di Billie Eilish, ci trasportano subito nei generi e nel linguaggio del pop contemporaneo della cosiddetta “generazione zeta”, ma già in questi primi secondi di canzone è anche forte il richiamo alle radici e all’infanzia (“la mia terra non mi molla”, “Sono sempre stata una tipa maldestra a Lagonegro, nei boschi a caccia di adrenalina”). Cresciuta a Lagonegro, in Basilicata, Angelina è figlia di Pino Mango, uno dei grandi della canzone italiana, e di Laura Valente, che sostituì Antonella Ruggiero nei Matia Bazar, altro storico gruppo di musica leggera nostrana. Si tratta di una figlia d’arte, dunque, e questa particolare condizione ci porta a farci una marea di domande: se la generazione Z, radicalmente nuova nei linguaggi, negli stili e nei valori, è in costante conflitto con le generazioni precedenti, qual è il rapporto di una figlia d’arte con i genitori che l’hanno introdotta nel mondo della musica ma il cui stile dal punto di vista di un’adolescente di oggi non può che apparire vecchio e inattuale? Ci sono riconoscenza e continuità o ribellione e discontinuità? Che giudizio darebbe papà Pino sulle canzoni di sua figlia se fosse ancora vivo? E come si può essere genuini nel cantare valori appartenenti a un mondo musicale nato nei sobborghi metropolitani americani, essendo invece cresciuta in un piccolo paesino lucano, in una regione tra le più ancestrali e rurali d’Italia? Continuiamo ad ascoltare la canzone e vediamo se riusciamo a trovare qualche risposta alle nostre domande.
Dopo le strofe un po’ rappate, Angelina inizia il bridge (il bridge è la parte della canzone che fa da “ponte” tra le strofe e il ritornello) unendo insieme tre lingue con grande naturalezza: il dialetto delle proprie radici, l’inglese dei suoi modelli musicali e l’italiano dei giovani (“Amó’, don’t be sad, lo sapevi che ero un po’ incasinata”). Il penultimo verso del bridge introduce il tema della ribellione, che qui ha un tono addirittura titanico (i Titani nella mitologia fecero guerra contro gli dèi): “Dio non ci vuole”. E si affaccia il tema dell’amore: “ma tu mi fai stare calma, e ti seguirò dove il mare si scontra col vento del Sud”. La parola chiave “Sud” conclude il bridge e richiama le radici della cantante, con una nota alta che fa spiccare questa significativa sillaba su tutto il resto.
Ecco ora il ritornello, dove è centrale il tema della ribellione, dell’anticonformismo, del rifiuto degli insegnamenti: “Voglio una vita melodrama, una vita da gitana; dopo sbaglia, prima impara; non vuole serate di gala, voglio lе serate struccata; melodrama, meno dramma”.
Il passaggio capolavoro di questa canzone è lo special (il momento “speciale” della canzone, che esce dallo schema strofe-bridge-ritornello): l’immagine dell’abbraccio nel cortile con le spalle scottate dal sole è davvero autentica, genuina, cantata con commovente intensità. Possiamo chiudere gli occhi e vedere due ragazzi meridionali che si abbracciano in una giornata di rovente sole nel cortile di casa, sembra a noi stessi di sentire il calore di questi corpi e di questo abbraccio. Nel bel mezzo di suoni così attuali, tra elettronica e reggaeton, è quasi uno scorcio di Neorealismo.
Il tema dell’amore si ricollega a quello delle radici: “Abbracciami ancora. Prima di te volevo andare in Olanda, scappare via per diventare un’altra. Meno male che ormai non ci vivo più senza te”. Può essere forte la tentazione di diventare un’altra persona, di lasciarsi irretire dalle grandi opportunità che offre l’estero, libera dai controlli e dai legami col passato, con la propria gente, con la propria famiglia, ma poi sono gli affetti a tenere ancorata Angelina alla sua terra, alla sua gente, a permetterle di non diventare un’altra ma di realizzarsi nel solco delle sue radici.
Come si può passare da uno special così intenso, teso e drammatico alle più leggere note reggaeton del bridge? Il passaggio avviene grazie a due frasi quasi uguali, dal minuto 1’23’’ a 1’26’’: “e quella faccia che fai” / “Ma che faccia che cc’hai!”. La somiglianza di forma e di significato delle due frasi le rende legate e ci fa sembrare naturale il passaggio, ma nell’interpretazione il cambiamento è molto forte, si passa improvvisamente dalla tensione drammatica della prima frase al tono scherzoso e simpatico della seconda. La seconda frase ha inoltre una coloritura dialettale che ancora una volta ci richiama le radici dell’amato sud. “Sud” è, come abbiamo già visto, la parola chiave del brano, e viene ripetuta nella coda finale per altre due volte, la prima in un’ottava ancora più alta di quella con cui è stata cantata la prima volta, l’ultima al contrario con una nota bassa, come a mettere un punto, ed è infatti anche l’ultima parola e nota della canzone. L’immagine finale del video, con il pavone che becca in una ciotola il mangime, dà un tocco rurale e allo stesso tempo esotico che sottolinea la parola chiave.
Se consideriamo altre hit di Angelina possiamo ritrovare gli stessi coerenti elementi di poetica: in Che t’o dico a fa’ c’è il dialetto sin dal titolo; nel testo troviamo l’uso di verbi meridionali (“pazziare”) e il riferimento a Spaccanapoli; come accade in Melodrama con lo special, ne La noia (brano vincitore di Sanremo) la grandissima intensità del bridge (“Muoio senza morire in questi giorni usati, vivo senza soffrire, non c’è croce più grande”…) è bilanciata dalla spensieratezza circolare del ritornello (è la cumbia della noia…).
Finita la canzone, possiamo quindi rispondere alle nostre domande iniziali. Sì, si può essere genuini e autentici anche su ritmi e melodie che fanno riferimento a culture musicali dell’altra parte del mondo, se si riesce ad esprimere con quel linguaggio i propri sentimenti, le proprie emozioni, la propria storia. Aveva fatto così anche il grande Pino Daniele col suo rock-blues in lingua napoletana, e ancor prima lo aveva fatto Renato Carosone, importando dall’America e dalla sua esperienza in Africa nuovi ritmi – come swing, ragtime, boogie woogie e cha-cha-cha – rendendoli profondamente napoletani. Il legame con la terra, la presenza subliminale del suo Sud nei passaggi chiave delle canzoni, l’uso di parole ed espressioni dialettali fanno di Angelina Mango un’artista coerente e, come le sue radici, profonda. Nel conflitto tra le generazioni riesce ad essere nuova, vera, autentica, senza dimenticare chi è e da dove viene. Poteva andare in Olanda, diventare un’altra, invece ha scelto di realizzarsi in coerenza con sé stessa. Suo papà Pino Mango sarebbe stato assolutamente fiero di lei.

Leonardo Fratini è professore di Lettere al Liceo Scientifico di Pergola. Da neonato, per farlo star buono, i genitori gli facevano ascoltare musica, e da allora non ha più smesso. Appassionato di musica ma anche di calcio, ha insegnato con entusiasmo al Liceo Marconi di Pesaro nelle sezioni Musicale e Sportiva. Si è occupato di associazionismo musicale e di politiche giovanili, e ha frequentato corsi CONI-FIGC. È convinto che l’armonia sia la chiave di ogni cosa.
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