Da “no” a priori alla fantascienza su Netflix a una maratona irresistibile di “Stranger Things”: questo pezzo racconta come la serie dei fratelli Duffer abbia conquistato anche chi non sopporta né mostri né nostalgia. Tra citazioni anni ’80, colonna sonora che ci riporta nel “qui e ora” e un cast sorprendente, la serie diventa il comfort watch perfetto per i millennial. Una pausa di fantasia — forse l’unica — dalla realtà e dall’idea (sempre più fantascientifica) di una pensione
Come sono passata dallo scartare a priori dal menu di Netflix qualsiasi film o serie TV della categoria “fantascienza” ad una appassionante maratona TV di Stranger Things.
E così, finalmente, nell’ultimo decennio, i millennial sono diventati la fascia di consumatori a cui sono rivolti e per cui sono creati i prodotti dei media. Nonostante gli scarsissimi stipendi che impallidiscono di fronte al potere di acquisto di un qualsiasi genitore che negli anni ’80 riusciva a comprare una casa senza mutui trentennali, anche chi negli anni ’80 è nato, ora è diventato target di consumo e quindi il centro delle attenzioni di pubblicitari e sceneggiatori. E non potendoci offrire un futuro con prospettive solide e reali come la pensione, ci viene proposto il piatto preferito da chi si aggrappa a ricordi di spensieratezza e libertà e agli ultimi momenti in cui può ricordare di aver avuto una minima speranza di una vita come l’immaginava: l’infanzia. E Stranger Things, contenuto ad altissimo tasso di nostalgia, è quello che ci voleva perché ci riporta proprio lì.
Le marcatissime citazioni ai film che ci hanno stregati da bambini; un’esistenza libera che precedeva l’asfissiante controllo del registro elettronico e delle chat WhatsApp dei genitori; l’uso ammiccante dei coloratissimi, plasticosi e luccicanti prodotti che hanno acceso le nostre voglie trasformandole in bisogni costituiscono, nell’insieme, un meraviglioso prodotto che ha tenuto incollata alla TV anche me, che da sempre non tollero gli ingredienti principali di questa serie TV: fantascienza e nostalgia. Lasciarsi andare a credere a demogorgoni e portali è stato difficile per chi, come me, pensa convintamente che la cronaca (in particolare la nera) superi di gran lunga la fantasia di qualsiasi sceneggiatore e che faticosamente si lascia convincere da un mondo sottosopra senza la sensazione di essere presa in giro da chi scrive. Ma in un mondo dove il Presidente degli USA dichiara che il suo unico limite in tema di diritto internazionale è la sua morale personale, figuriamoci se io non posso superare il limite dei miei gusti sulle serie TV.
Con il procedere delle puntate un po’ il perfetto confezionamento del prodotto, che è oggettivamente irresistibile, un po’ la scelta della musica (meravigliosi i momenti in cui le nostre canzoni preferite ci riportano nel “qui e ora”: funziona con il sottosopra ma anche con gli attacchi di ansia) e sicuramente lo straordinario talento dei giovanissimi protagonisti mi hanno “agganciato” e mi hanno pian piano permesso di lasciarmi andare e di ritrovare un po’ di quella sensazione di libertà, di mancato controllo e di concessione alla fantasia che un racconto di immaginazione richiede per essere credibile e godibile. Così ho interrotto per un attimo la maratona Garlasco (anche questa forse non totalmente priva di fantascienza e nostalgia), per dedicarmi a quella più socialmente accettata di Stranger Things. Il che mi ha anche concesso di avere argomenti di discussione durante le tavolate tra amici che andassero oltre il canale di Tromello e l’indiscutibile coinvolgimento delle gemelle Cappa, di partecipare a conversazioni che ignorassero l’“affair Signorini” e di sentirmi più vicina ai componenti della mia generazione che, a differenza mia, un’infanzia di cui avere nostalgia l’hanno davvero vissuta.
Perciò grazie, fratelli Duffer, per averci dato quello di cui avevamo bisogno e, forse, quello di cui voi stessi – poco più che quarantenni – avevate bisogno; grazie per averci fatto credere a un’altra storia di fantasia che non sia quella di avere una pensione; grazie per questa pausa di “sospensione dalla realtà”. Grazie nostalgia, grazie fantascienza e grazie potere di acquisto.

Elena Serrano avrebbe voluto fare un solo lavoro nella vita, la centralinista del programma tv Chi l’ha visto? Invece, si è ritrovata a fare la segretaria di un sindaco, la collaboratrice scolastica, l’impiegata amministrativa, il capro espiatorio del mancato funzionamento degli enti pubblici, l’operatrice di call center, la presentatrice degli eventi della Fiera del Tartufo e di altre manifestazioni, l’attrice in spettacoli per bambini e l’ufficio stampa. Purtroppo, tutti questi impegni l’hanno distratta da quell’unico grande sogno, ma non si sa mai…
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Potrà la fantascienza salvare anche la realtà? a proposito di Garlasco, ad esempio, se ridessero vita a Chiara con l’intelligenza artificiale e le chiedessero di ricostruire quel drammatico giorno: cosa direbbe?