Cucinare a casa è davvero una virtù così indiscutibile? In questo articolo l’autrice mette in discussione il culto contemporaneo della cucina casalinga, con sarcasmo e insofferenza. Tra programmi TV, ricette sempre più astruse e nostalgia gastronomica, il pezzo difende una filosofia semplice e contemporanea: cucinare è sopravvalutato, soprattutto quando esistono pizzerie, gastronomie e ristoratori che lo fanno molto meglio
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“Cucinare (a casa, n.d.r.) è sopravvalutato. Esistono professionisti pagati per farlo e quindi perché non approfittare di loro”. Questa frase è una citazione più o meno fedele di quanto pronunciato durante una puntata di Cortesie per gli ospiti da Tommaso Zorzi, giudice della trasmissione ed esponente di questa sacrosanta filosofia contemporanea. Zorzi era accorso in difesa di una coppia di concorrenti che, invece di sottoporre gli invitati ai loro improvvisati esperimenti gastronomici, si era avvalsa della professionalità delle migliori gastronomie e paste fresche locali. Una scelta che rispecchia perfettamente quello che penso del mondo della cucina, dalla fissazione collettiva sulle ricette alla sopravvalutazione di ciò che è cucinato in casa. Fissazione che ormai da tempo ha invaso anche i palinsesti televisivi e che, visto l’enorme interesse di pubblico e la longevità dei programmi sul tema, mi lascia sola nel mio totale disinteresse per il tema giusto in compagnia di qualche illuminato influencer.
A far crescere il mio disamore per l’arcaica pratica della cucina casalinga sono in parte proprio questi programmi TV. Prendiamo MasterChef. Ok lo show, il lavoro degli autori che tratteggiano i concorrenti e le dinamiche tra di loro, il carisma dei giudici, ma, quando si parla di cibo in senso stretto, sono pochissime le volte in cui ho avuto voglia di mangiare qualcosa cucinato in quel contesto. Per la maggior parte le ricette sono soluzioni chimiche, ingredienti incompatibili, che ai fini della gara devono combinarsi per attutire il sapore l’uno dell’altro (ma a questo punto a che pro combinarli?), piatti che sono fatti più per leggerci l’ego di chi li prepara che per appagare il gusto di chi li assaggia (e le espressioni dei giudici parlano chiaro). Come se la preparazione del cibo divenisse un virtuosismo fine a se stesso più che un processo che porti a un buon piatto. Tutto questo a me fa passare l’appetito: il cibo così pasticciato e usato come un esperimento mi allontana ancora di più da questa passione. C’è tutta una parte, poi, legata alla componente emotiva del cibo e dei ricordi che inevitabilmente riporta ai concorrenti. E via di lacrime per le polpette che faceva la nonna, singhiozzi sul brodo di pesce di una volta e l’immancabile nostalgia per le preparazioni della tradizione. Tutti hanno una storia legata al cibo e all’affetto; sarà che c’è stato un tempo in cui in casa mia si mangiava solo pesce lesso e riso in bianco, nemmeno fossimo all’Isola dei Famosi, che le loro storie commoventi non richiamano nulla in me, visto che, quando ho avuto finalmente la libertà di scegliere cosa mangiare, ho fatto la tessera fedeltà in pizzeria con buona pace del mio passato.
Ci sono poi programmi più piacevoli perché legano il cibo alla cultura e al contesto in cui si trovano. Ho molta nostalgia, ad esempio, per Anthony Bourdain: nei suoi documentari, il cibo (etnico e molto spesso non appetibile) era però un modo per entrare in contatto con la popolazione dei Paesi che visitava. Un erede meno esotico e sperimentale, ma abbastanza godibile, è invece Little Big Italy, dove i ristoratori italiani all’estero cercano di ricreare il più possibile una cucina fedele a quella delle loro origini. Anche qui il cibo è interessante perché è un’occasione per raccontare un altro Paese e le storie dei connazionali expat. Poi c’è tutto il filone delle gare tra ristoranti: programmi come 4 Ristoranti o Foodish ci hanno fatto scoprire quanto irosa e rissosa sia la categoria dei ristoratori. E li capisco: dovessi passare io 20 ore al giorno in cucina, probabilmente sarei allo Xanax.
C’è stato un momento, in pandemia ovviamente, quando non avendo davvero nulla di più interessante da fare o un cane da portare a spasso, mi sono cimentata nell’impasto di una pizza. Nessuno mi aveva spiegato che le proporzioni non sono solo semplici suggerimenti, ma devono essere rispettate al grammo, che la lievitazione richiede davvero ore e che il lievito per dolci e quello per salati non sono intercambiabili. Il risultato è stato un’enorme fatica, un gran lavoro di pulizia della cucina, la cessione dell’impastatrice a mia madre e la chiamata alla pizzeria di fiducia, che con tanto amore e poca fatica mi ha resa felice come sempre.
In fondo ognuno è bravo nel suo campo: io ho in testa tutte le pizzerie e i ristoranti locali che fanno asporto, con i loro punti di forza e di debolezza, ben catalogati per occasione, specialità e modalità di prenotazione. Fedele, come Zorzi, alla filosofia “non si vive per mangiare, si mangia per vivere”, figuriamoci se io vivo per cucinare. Mi sembrerebbe perfino irrispettoso per chi lo sa fare e lo fa per mestiere.

Elena Serrano avrebbe voluto fare un solo lavoro nella vita, la centralinista del programma tv Chi l’ha visto? Invece, si è ritrovata a fare la segretaria di un sindaco, la collaboratrice scolastica, l’impiegata amministrativa, il capro espiatorio del mancato funzionamento degli enti pubblici, l’operatrice di call center, la presentatrice degli eventi della Fiera del Tartufo e di altre manifestazioni, l’attrice in spettacoli per bambini e l’ufficio stampa. Purtroppo, tutti questi impegni l’hanno distratta da quell’unico grande sogno, ma non si sa mai…
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