Oasis, “Go Let It Out”: un classico che ribalta il ritornello e la corona

Una canzone nata da una crisi diventa simbolo di rinascita artistica e affermazione personale, grazie a una struttura originale e a un messaggio di consapevolezza sociale. Il brano rielabora influenze beatlesiane e punk, con soluzioni musicali audaci e significative. L’opera si impone come un classico, capace di parlare alle generazioni anche a distanza di decenni

Il tour di reunion degli Oasis è uno degli eventi rock più importanti del 2025, assieme al grandioso concerto di addio alla vita che Ozzy Osbourne ha voluto regalare a se stesso il 5 luglio, due settimane prima di morire, e alle quattro date annunciate dai Radiohead all’Unipol Arena di Bologna per metà novembre.

Come diceva Antonio Lubrano, “una domanda nasce spontanea”: da cosa deriva la forza di questi classici del rock del secolo scorso che garantisce loro un seguito così grande anche dopo un quarto di secolo del nuovo millennio?

Risponderemo prima con una definizione generale, poi con un breve collegamento agli artisti citati e infine con un focus sulla canzone oggetto della videolettura di oggi.

La forza dei classici del rock è la stessa dei classici di sempre: quando un autore raggiunge livelli artistici tali da lasciare una traccia indelebile nel sistema culturale, le sue opere superano le barriere del tempo e rimangono un punto di riferimento per generazioni e generazioni. Ancora oggi leggiamo autori di millenni e secoli fa come Omero, Virgilio, la lirica e la tragedia greca, la commedia di Plauto, e poi Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso: non è così improprio il paragone con la letteratura perché in realtà la poesia antica era cantata e aveva uno stretto legame con la musica, e il modo in cui la vivevano gli uomini di allora è sotto certi aspetti molto più simile a come noi ascoltiamo oggi le opere in musica piuttosto che a come leggiamo i libri nel silenzio delle nostre stanze.

Perché quindi Ozzy Osbourne può essere considerato un classico? Prima di lui l’heavy metal era la poetica dei Judas Priest, culto futurista della velocità, dei motori, delle macchine, dell’acciaio e appunto del metallo, e si esprimeva in percussioni veloci, arrangiamenti pesanti delle chitarre e del basso, un cantato potente e acuto. Ozzy ha invece portato nel metal il buio della tenebra, l’esoterismo, il demoniaco, la perdizione, ed è ancora oggi l’attitudine più diffusa in questo genere di musica: ha cambiato per sempre un genere musicale, e per questo non può che essere un assoluto punto di riferimento.

E i Radiohead? Questi ragazzi di Oxford, prima guardando al grunge d’oltreoceano, poi approdando a sonorità sintetiche ed elettroniche, hanno saputo creare un lirismo profondamente psicologico capace di toccare le corde più profonde dell’animo umano: questo è uno dei motivi per cui la musica e l’arte esistono ed è dunque naturale che le opere che raggiungono un così alto obiettivo superino la sfida del tempo e si impongano come dei classici.

La forza della musica degli Oasis possiamo saggiarla direttamente cliccando sul video in cima a questo articolo…

Go Let It Out è una canzone frutto di un periodo di crisi del gruppo: se ne erano appena andati Paul “Bonehead” Arthurs e Paul “Guigsy” McGuigan, rispettivamente chitarra ritmica e bassista, a seguito delle continue tensioni dovute al comportamento sopra le righe dei fratelli Gallagher. Per la sezione ritmica era perciò rimasto soltanto il batterista Alan White, e ciò spinse Noel Gallagher, autore di questa canzone e di tutti i grandi successi degli Oasis, a un lavoro fuori dall’ordinario per sostituire i membri mancanti: il brano venne prodotto sovraregistrando Noel per tutte le parti strumentali di chitarra, basso e chitarra ritmica. Successivamente, in tempo per la realizzazione del video, arrivò un nuovo chitarrista, Gem Archer, mentre non vi era ancora un bassista: ecco la ragione per cui nelle scene filmate vediamo, stranamente, Noel suonare il basso, Archer la chitarra solista e Liam la chitarra ritmica.

Sul piano delle dispute economiche e legali che avevano portato alla crisi, con questa canzone è Noel a vincere la partita con il fratello. In quanto autore della maggior parte dei brani, è lui a detenere il grosso dei diritti d’autore, nonostante tutti i più grandi successi siano stati cantati da Liam. Noel fonda così una nuova casa discografica da lui diretta, la Big Brother (con riferimento al romanzo 1984, capolavoro di George Orwell, ma anche al suo essere, dei due, il fratello maggiore), affiliata alla Sony: Go Let It Out è il primo singolo in assoluto della nuova etichetta discografica.

Una canzone, dunque, in cui Noel dimostra tutta la sua tenacia e leadership, sia nella musica che nelle dinamiche della band.

Se approfondiamo la struttura della canzone, una cosa ci colpisce più di tutte: il bridge (la parte che ha la posizione di ponte tra strofa e ritornello) ha la metrica breve di un ritornello, come un inno o uno slogan, e contiene il titolo della canzone (“Go let it out, go let it in, and go let it out”), mentre il ritornello ha la sintassi lunga e discorsiva di un bridge:

“Is it any wonder why princes and kings

Are clowns that caper in their sawdust rings?

Ordinary people that are like you and me

We’re the keepers of their destiny”

“C’è da meravigliarsi che principi e re

siano dei clown che saltellano sui loro anelli di segatura?

Persone comuni che sono come te e me

siamo i custodi del loro destino”

Bridge e ritornello sono dunque camuffati l’uno nell’altro e questo dona una sorta di mobilità osmotica alla canzone. Il lavoro del basso suonato da Noel è poi eccezionale: sempre in movimento in ciascuna delle parti del pezzo, soprattutto nelle pause del cantato riesce sempre a creare nell’ascoltatore aspettativa e carica per la parte successiva. È forse proprio l’ultima, significativa frase, “We’re the keepers of their destiny”, a svolgere le funzioni di slogan e verità che comunemente ha il ritornello: in questo verso il discorso musicale, nelle parti precedenti sempre proiettato in avanti, sembra trovare una sua conclusione, un momento di compiutezza.

Go Let It Out è quindi una costruzione originale, fuori dagli schemi in cui, in una situazione d’emergenza della sezione ritmica, le parti stesse del brano sono ideate ritmicamente in modo da creare un crescendo che confluisce nella frase chiave: “Siamo i custodi del loro destino”. La gente comune (“ordinary people”) ha in mano il destino di principi e re (“princes and kings”), detiene quindi il vero potere: un verso potentissimo che sa di consapevolezza proletaria, di rivoluzione, un invito alla presa di coscienza a chi crede di non contare nulla. Dal 2’48’’, mentre Liam canta queste parole, vediamo a più riprese l’immagine cartonata della Regina Elisabetta e, quando il frontman scende dall’autobus, si avvicina all’immagine di cartone e con la mano chiude la bocca alla Regina. Un atto assai irriverente in terra d’Albione, dato l’affetto sincero della maggior parte degli inglesi per la loro monarchia, che ci ricorda God Save the Queen dei Sex Pistols, a cui abbiamo già dedicato un articolo su SnifFilm. E questo ci porta ai riferimenti musicali degli Oasis e di questa canzone: a quali artisti si sono ispirati?

Il sound degli Oasis è uno strano mix tra l’immediatezza rozza dei Sex Pistols e il raffinato pop dei Beatles. Innocenti accordi con barré tipici delle canzoni pop che si cantano d’estate sulla spiaggia sono suonati con una distorsione ruvida vicina al punk, ottenuta con raffinate chitarre Epiphone dalla forma di violino, le quali, grazie agli Oasis, sono diventate iconiche. Liam Gallagher ha un look alla John Lennon, ma un timbro alla Johnny Rotten.

La canzone contiene moltissimi riferimenti ai Beatles: “So let it out and let it in, Hey Jude, begin”, cantavano i Beatles in Hey Jude, e questa citazione fornisce agli Oasis il titolo e viene ripetuta in modo quasi ossessivo in tutto il brano. Il mellotron, strumento caratteristico dei Beatles (solo per fare un esempio, possiamo riascoltarci Strawberry Fields Forever), è suonato alla Beatles per tutto quello che abbiamo definito “ritornello in forma di bridge”, e culmina con la frase chiave (da “Is it any wonder” a “We’re the keepers of their destiny”).

Dopo due giri completi di canzone c’è un potente fischio da arbitro (i fratelli Gallagher sono grandi appassionati di calcio e tifosissimi del Manchester City), che possiamo ascoltare dal 3’26’’ al 3’28’’, come a indicare la fine di un tempo della canzone, dopo il quale inizia la coda finale sempre in stile Beatles. Questo fischio, che in Go Let It Out segue l’intensificazione della chitarra elettrica (ottenuta suonando sempre più velocemente con picking alternato la terza corda di sol al VII tasto), è analogo al dirompente “Yeah” che, in Hey Jude dei Beatles, segue l’intensificazione del coro (“better, better, better… yeah!”) e dà il via alla coda finale (“Da da da da da da, da da da, hey Jude” ripetuto in continuo loop, come gli Oasis ripetono in continuo loop “So go let it out, go let it in, go let it out, don’t let it in”). In questa coda finale ritorna poi il caratteristico mellotron beatlesiano.

Sapienti riprese dai gruppi inglesi del passato, una costruzione semplice e allo stesso tempo originalissima fanno di questa canzone un brano con la forza di un classico, che ci testimonia come le difficoltà – in questo caso la defezione degli strumentisti – possano essere trasformate in qualcosa di vincente.

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