"Credo che il cortometraggio permetta in primo luogo di sperimentare. Poi, per chi, come me e il mio gruppo di lavoro, non ha studiato cinema e non vive a Roma, resta uno dei pochi modi per provare a far breccia nell’industria del cinema italiano"
Eden, il cortometraggio diretto da Gabriele Lenzi e scritto a quattro mani insieme ad Arturo Pierre Maggi, è una fiaba dark che usa il linguaggio dell’horror per scavare nell’animo umano e generare riflessioni sulla solitudine, la memoria e l’invidia. Protagoniste due donne, Anna e Clara, che sembrano condividere lo stesso destino ma che poi ci mostrano quanto è difficile accettare ciò che siamo, senza sentirci incompleti davanti a ciò che non possiamo avere. È una storia molto intensa, resa sapientemente su pellicola grazie a un ottimo uso della fotografia e del montaggio e all’interpretazione di due attrici eccellenti, Elisabetta De Vito e Allina Cerni, che riescono con il solo uso degli sguardi a rappresentare la vita e la morte insieme.
Quando resto così colpita da una storia, nasce prepotente in me il desiderio di approfondire, di capirne di più! A questo proposito ho intervistato le due menti dietro a questo progetto.
Laura: Gabriele, leggendo la tua biografia, ho visto che sei appassionato di cinema sin da bambino e che in adolescenza ti sei dedicato a cortometraggi amatoriali. Successivamente, hai creato il progetto Il Labirinto e poi Eden: il tuo primo vero e proprio cortometraggio professionale. Mi piacerebbe sapere qualcosina di più su Il Labirinto.
Gabriele: Sì, è vero, mi sono dedicato sin da ragazzino al cinema; i primi corti, infatti, erano amatoriali, improvvisati, senza budget… però sono stato fortunato perché proprio in questo frangente ho conosciuto le persone con cui sono andato a lavorare successivamente. Ritengo che questi siano passaggi fondamentali, una vera e propria formazione. Il cinema per me è, e deve restare, una passione; quindi anche la creazione di corti amatoriali non solo è formativa, ma anche divertente e serve ad alimentare l’amore per la settima arte.
Anche “Il Labirinto” è stato un progetto condiviso con Arturo. Eravamo alla ricerca di qualcosa che avrebbe potuto portarci a uno “step successivo”. In quegli anni erano particolarmente in voga le storie true crime e, secondo noi, una storia tutta italiana che non era stata trattata in maniera calzante era quella del Mostro di Firenze. La nostra idea era quella di combinare realtà e finzione: avevamo creato dei personaggi fittizi che ci avrebbero accompagnati lungo tutta la storia; sarebbe stata una storia narrata a posteriori, frammentata, che poi col tempo si sarebbe ricomposta. Questo progetto vide, in effetti, uno spiraglio di luce: fu selezionato per partecipare all’“Olbia Pitch Network”… ma poi alcuni produttori ammisero che sarebbe stato troppo costoso. Di lì a poco ci fu la notizia che Sollima avrebbe lavorato su una serie dedicata al Mostro e quindi il progetto è stato accantonato.
L: Prima Il Labirinto, poi Eden: sembra esserci in voi un interesse ricorrente per gli spazi simbolici, per quei luoghi che sono anche degli stati mentali. Condividete questa lettura? C’è un tema che sentite di stare inseguendo da anni?
Arturo: Sì, assolutamente! Abbiamo sempre messo in primo piano l’uso di simbolismi per questo tipo di progetti. L’horror e il thriller (che sono i generi che maggiormente ci interessano) funzionano bene perché hanno livelli di lettura di tipo simbolico e spazi di interpretazione molto ampi. “Il Labirinto” rappresentava il labirinto della mente, della coscienza, una storia frammentata che vedeva il protagonista distruggere la sua vita proprio perché non riusciva a uscire da questa sorta di dedalo mentale.
G: Sì, è stato così anche per “Eden”: ci sono delle cose di cui non si è coscienti fin dall’inizio, ma che magari sono persone come te a farci notare a posteriori. Il collegamento c’è: l’interesse per gli spazi simbolici, come notavi tu. Anche per “Eden”, infatti, sia nella sceneggiatura sia al momento della scelta del titolo i simbolismi hanno avuto la loro fondamentale importanza.
L: La parola “Eden”, inoltre, rimanda immediatamente all’idea del paradiso terrestre e, così come il male si insinua nelle vite di Adamo ed Eva, a un certo punto lo vediamo insinuarsi nella vita delle protagoniste del cortometraggio, andando a minare la sensazione di serenità raggiunta da Anna…
G: Certo, potrebbe essere una lettura giustissima. Ovviamente il corto segue una trama ben precisa, ma la decisione di lasciare le protagoniste senza una storia passata ben definita è stata presa proprio per far sì che lo spettatore potesse riempire di significati simbolici questi “vuoti”. Quello che ci hai visto tu, ad esempio, è molto interessante.
A: Questa è una cosa di cui abbiamo parlato molto insieme: il corto prevede un altro tipo di linguaggio rispetto a quello di un film, quindi abbiamo cercato di utilizzare questi elementi astratti, concettuali, in modo da dire tanto pur mostrando poco.
L: Ma come nasce l’idea di questo corto?
A: Ti sembrerà strano, ma nasce da un’immagine venuta in mente a Gabriele, quella di una testa umana all’interno di una pianta!
L: Uno dei temi che risulta evidente sin da subito in Eden è quello dell’invidia tra le due protagoniste. Come mai avete scelto protagoniste femminili?
G: In realtà, il tema dell’invidia è nato successivamente; in fase creativa siamo partiti da una sola protagonista che incarnasse l’idea di senso materno, di maggiore sensibilità in questo senso. Durante la stesura della sceneggiatura ci siamo resi conto che mancava qualcosa ed ecco che abbiamo inserito il secondo personaggio e ci siamo detti: “Visto che “Eden” parla di sentimenti umani e che uno dei motori dell’essere umano è l’invidia, che può essere positiva o distruttiva, inseriamo anche questo aspetto!” Da lì è nato tutto ciò che ne è seguìto.
L: L’horror vive da sempre di ciò che viene mostrato e di ciò che viene nascosto. Come avete deciso, in fase di scrittura, di delineare il confine tra queste due dimensioni?
A: Siamo partiti prendendo in considerazione una serie di argomenti che volevamo trattare senza però renderli troppo espliciti. Ad esempio, avevamo compreso come l’idea della pianta portasse con sé tutta una serie di suggestioni, come quella della vita organica, del decadimento organico della vita stessa e di come questo funzionasse egregiamente rispetto all’idea di una persona che sta invecchiando. Oppure il richiamo al tema della rinascita e a come questo potesse scatenare temi contrastanti come la cura, la maternità e, allo stesso tempo, la distruzione e l’invidia. La nostra idea di base era sì chiara, ma caratterizzata già in partenza da forti simbolismi. È stato un processo molto naturale: in “Eden” abbiamo mantenuto in superficie alcune tematiche (che emergono abbastanza esplicitamente), lasciando allo spettatore, qualora ne avesse voglia, la possibilità di esplorare le stratificazioni che il cortometraggio stesso porta con sé. Ci è piaciuto che l’interpretazione restasse così, nel suo mistero.
L: Sicuramente quella del cortometraggio è una forma cinematografica che rende più semplice lasciare alcuni messaggi in sospeso, per dare poi spazio a quelli che sono l’immaginario e le suggestioni dello spettatore. Adesso che vi state confrontando con la stesura della sceneggiatura di un film (che si basa proprio sulla storia di Eden), non c’è il rischio opposto? Ossia: quello di rendere tutto troppo esplicito?
A: Sì, questo è vero, però c’è anche la possibilità di dare ancora più profondità alla storia… soltanto che ciò avviene in un altro modo: lo fai con più coordinate, con più elementi strutturali. È chiaro che tagli fuori qualcosa per cercare forse uno spessore maggiore, rendendo tutto più univoco, più chiaro. Ci si affaccia a un altro tipo di linguaggio, di struttura. Abbiamo dovuto prendere molte più decisioni definitive. Abbiamo, ad esempio, inserito elementi riguardanti il passato delle protagoniste. Ciò però non impedisce allo spettatore di andare a rileggere la storia secondo il proprio immaginario e le proprie sensazioni, e di scoprirne i simbolismi celati.
L: C’è un elemento del cortometraggio che avete deciso di non cambiare assolutamente in questa nuova scrittura perché rappresenta l’identità stessa di Eden?
G: La pianta! Nonostante ci siano elementi che sono stati rimodellati, la pianta è l’elemento rimasto con più forza. E saranno presenti anche le due protagoniste del cortometraggio. La scintilla da cui parte tutta la storia resta la medesima.
L: Come abbiamo appena osservato, nella sceneggiatura di un lungometraggio c’è la possibilità di andare a delineare maggiormente i personaggi e quindi conoscerli meglio. C’è un personaggio che durante questa nuova scrittura vi ha sorpreso, dandovi la possibilità di dedicargli un ruolo più importante di quello che prevedevate all’inizio?
G: Al momento entrambi i personaggi sono in linea con quelli che erano nel corto. Da qui alla fine della scrittura, magari ci sarà modo di avere delle sorprese da parte loro.
A: Beh, in entrambi i personaggi ci sono delle cose in più che danno più forma alla loro realtà, alle motivazioni che le portano a essere ciò che abbiamo visto nel corto; quindi c’è sicuramente materiale per prevedere un’evoluzione di qualche tipo. Ci sarà molto da scoprire!
L: Gabriele, com’è stato dirigere due attrici come Elisabetta De Vito e Allina Cerni?
G: Non ti nego che inizialmente c’era un po’ di tensione. Soprattutto Elisabetta De Vito è un’attrice che ha recitato in numerosi corti e film; quindi vivevo una sorta di ansia da prestazione: la paura di confrontarsi con una professionista del genere. Però durante il set è stato tutto molto lineare e semplice. Non sono solo due attrici fantastiche, ma anche due persone splendide; quindi non c’è stato alcun tipo di problema. Si sono completamente ambientate e lasciate andare in questo set formato da giovani in erba nel settore cinematografico.
L: Vi conoscete e collaborate ormai da tanto tempo: nel corso del tempo avete stabilito dei ruoli ben definiti, o non vi siete dati limiti in questo senso?
A: Ci siamo conosciuti quando avevamo 15 o 16 anni e le nostre passioni in comune, come la letteratura, i racconti di Lovecraft e il cinema horror, ci hanno uniti. Tutti i processi creativi che da lì in poi ci hanno coinvolti li abbiamo vissuti come una sorta di brainstorming continuo. Abbiamo delle peculiarità che ci rendono diversi nel modo in cui affrontiamo la creazione dei nostri lavori: Gabriele, ad esempio, lavora maggiormente per immagini mentali; riesce sin da subito a figurarsi come dovrebbero essere alcune scene e i personaggi, mentre io contribuisco maggiormente con le idee di scrittura. Alla fine, però, mettiamo tutto sul tavolo e si lavora insieme. Abbiamo iniziato da giovanissimi a lavorare in questo modo, forse anche in maniera ingenua e inconsapevole, e da allora seguiamo questa modalità molto semplice e immediata.
L: Considerando che il vostro primo progetto Il Labirinto nasceva come un film, quando avete deciso di scrivere la sceneggiatura per Eden, avevate già in mente che potesse essere un lungometraggio o quest’idea è comparsa successivamente, in virtù della buona accoglienza del corto da parte del pubblico e dei festival a cui avete partecipato?
G: Credo che il cortometraggio oggigiorno permetta in primo luogo di sperimentare. Poi, per chi, come me e il mio gruppo di lavoro, non ha studiato cinema e non vive a Roma, resta uno dei pochi modi per provare a far breccia nell’industria del cinema italiano. Ciò che davvero conta in questo senso è fare qualcosa che abbia un buon livello qualitativo. Se un corto ha una buona fotografia, dei buoni attori, una storia lineare — se, in sostanza, è un buon prodotto — ci sono più possibilità che qualcuno ti prenda sul serio. Un cortometraggio qualitativamente valido in termini di produzione e di idea resta un ottimo biglietto da visita.
L: Molti film horror nascono da una paura: qual è la paura che continua a farvi tornare all’immaginario di Eden?
G: Invecchiare in solitudine, avere numerosi rimpianti.
A: Vedere le persone, i tuoi cari, invecchiare e soffrire.
L: Ammetto che l’intensità di queste sensazioni si percepisce benissimo in Eden. Un ottimo lavoro di scrittura e regia, accompagnato da due meravigliose attrici che parlano solo con lo sguardo.
Alla fine, l’horror dimostra sempre più spesso di essere più reale di quanto sembri.

Laura Proto vive sospesa tra due passioni che nel tempo si sono cercate fino a fondersi. La musica è stata il primo linguaggio: sogno da bambina, sfogo nell’adolescenza, rifugio e libertà da adulta. Poi il cinema, presenza silenziosa, in attesa del momento giusto per rivelarsi. Oggi queste due anime convivono e dialogano nel suo profilo Instagram “Ciak and Track”, uno spazio in cui immagini e suoni si intrecciano, trasformando ogni visione in racconto e ogni colonna sonora in emozione condivisa.
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