Toy Story 5: «verso un altro sequel e oltre!»

Con “Toy Story 5”, la Pixar torna ancora una volta ai suoi giocattoli più amati, mettendoli di fronte alla sfida degli schermi e dell’intrattenimento digitale. Il risultato è un film piacevole, tecnicamente impeccabile e a tratti emozionante, ma anche il simbolo di uno studio che guarda troppo spesso al passato, cercando conforto nei sequel invece di rischiare nuove mitologie

Nel 1995 la Pixar cambiò per sempre la storia dell’animazione. Con Toy Story non realizzò soltanto il primo lungometraggio interamente animato in computer grafica: dimostrò che quella tecnologia poteva essere al servizio di una grande storia. Oggi la CGI è diventata la norma, uno strumento diffuso e spesso dato per scontato, ma oltre trent’anni fa rappresentava una rivoluzione. E quella rivoluzione non nacque soltanto dall’innovazione tecnica, bensì dalla capacità di raccontare qualcosa di universale attraverso gli occhi di personaggi che, fino a quel momento, nessuno aveva mai pensato di trasformare in protagonisti: i giocattoli.

La saga di Toy Story è cresciuta insieme a intere generazioni di spettatori, accompagnandole dall’infanzia all’età adulta. Per questo motivo il terzo capitolo, uscito nel 2010, sembrava aver chiuso perfettamente il cerchio. Era una conclusione emotivamente potente, capace di parlare del tempo che passa, dell’abbandono e della necessità di lasciar andare il passato.

Con Toy Story 5, come per il capitolo precedente, la sensazione è diversa. Non perché il film sia brutto o mal realizzato, tutt’altro, ma perché porta con sé una domanda inevitabile: c’era davvero bisogno di un altro capitolo?

È una domanda che accompagna una parte significativa della produzione recente della Pixar, uno studio che negli ultimi anni sembra sempre più incline a rifugiarsi nei propri successi passati piuttosto che a rischiare con nuove idee. L’impressione è quella di una compagnia che continua a guardare nello specchietto retrovisore, affidandosi ai personaggi che il pubblico ama già invece di creare quelli che potrebbe amare domani.

In questo nuovo capitolo ritroviamo Woody, Buzz, Jessie e il resto della banda alle prese con una sfida profondamente contemporanea. Nella casa di Bonnie arriva infatti un Lilypad, un sofisticato tablet progettato per l’intrattenimento infantile. Per la prima volta i giocattoli non devono confrontarsi con un rivale in plastica, ma con qualcosa di molto più complesso: la tecnologia digitale.

È qui che il film trova la sua intuizione più interessante.

Per una saga che ha sempre riflettuto sul significato del gioco e sul rapporto tra bambini e giocattoli, affrontare il tema degli schermi era quasi inevitabile. Toy Story 5 costruisce così una riflessione sul modo in cui le nuove generazioni trascorrono il proprio tempo, mostrando il progressivo spostamento dell’attenzione dai giochi fisici agli ambienti digitali.

La critica non è particolarmente sottile, ma risulta efficace. Il film sottolinea come il gioco tradizionale favorisca la creatività, l’immaginazione e la socializzazione, mentre il dispositivo elettronico rischia di offrire esperienze più guidate e standardizzate. È una riflessione che probabilmente molti genitori condivideranno e che riesce a trovare alcuni momenti sinceramente riusciti.

Tuttavia, emerge presto il limite principale dell’intera operazione.

Per quanto venga aggiornata al contesto contemporaneo, la struttura narrativa ripropone quasi esattamente lo stesso conflitto che aveva reso memorabile il primo Toy Story. Allora Woody vedeva il proprio ruolo minacciato dall’arrivo di Buzz Lightyear; oggi i giocattoli vedono la propria importanza messa in discussione da un tablet. Cambiano gli strumenti, cambia l’epoca, ma il meccanismo resta sostanzialmente identico.

E proprio qui il film si mostra debole.

La sensazione è quella di assistere a una storia che conosciamo già, raccontata con alcune variazioni ma incapace di sorprendere davvero. Non manca il divertimento, non manca il cuore, ma manca quella scintilla di novità che aveva reso speciale ogni capitolo della trilogia originale.

Jessie, promossa finalmente a protagonista assoluta della vicenda, rappresenta uno degli elementi migliori del film. Il personaggio possiede ancora l’energia e la determinazione che l’hanno resa una delle figure più amate della saga, e la sceneggiatura le concede uno spazio emotivo che in passato aveva avuto raramente. È una scelta intelligente, che permette di spostare leggermente il punto di vista senza tradire l’identità della serie.

Anche i nuovi personaggi funzionano discretamente bene. Pur non raggiungendo il carisma iconico dei protagonisti storici, contribuiscono ad alleggerire il racconto con momenti comici riusciti e offrono alcune delle situazioni più fresche dell’intera pellicola.

Dal punto di vista tecnico, invece, il film conferma ancora una volta l’eccellenza degli animatori Pixar. Se sul piano narrativo emerge una certa stanchezza creativa, sul fronte visivo lo studio continua a dimostrare una padronanza assoluta del mezzo.

Particolarmente interessante è la scelta stilistica adottata nelle sequenze dedicate al gioco immaginato dai bambini. In questi momenti il film abbandona temporaneamente il suo consueto realismo tridimensionale per avvicinarsi a un’estetica che richiama l’animazione tradizionale in 2D. I colori diventano più morbidi, quasi pastello, le linee si fanno più semplici e l’immagine assume un aspetto volutamente fiabesco.

È una soluzione originale che riesce a rappresentare visivamente il potere dell’immaginazione infantile, creando una netta distinzione tra il mondo reale e quello che prende vita nella mente dei bambini. Sono probabilmente le sequenze più creative dell’intero film e dimostrano che la Pixar possiede ancora artisti capaci di sperimentare e sorprendere.

Proprio per questo risulta ancora più evidente il contrasto con una sceneggiatura che, invece, sembra giocare sul sicuro.

Il vero problema della pellicola non è la sua qualità. È un film ben realizzato, spesso divertente e tecnicamente impeccabile. Il problema è la sua esistenza all’interno di una saga che continua a raccontare variazioni dello stesso tema senza trovare il coraggio di trasformarsi davvero.

È come osservare un bambino che possiede centinaia di giocattoli ma continua a scegliere sempre lo stesso. Può essere un gioco ancora piacevole, persino confortante, ma dopo un po’ diventa difficile ignorare la sensazione di aver già visto tutto ciò che aveva da offrire.

Negli anni Novanta la Pixar rappresentava il futuro dell’animazione. Ogni nuovo film era una scommessa, un rischio creativo, una dimostrazione di quanto fosse possibile spingere oltre i confini della narrazione animata. Oggi, invece, sembra spesso una custode del proprio passato, più interessata a preservare ciò che ha già funzionato che a costruire nuove mitologie.

Toy Story 5 resta dunque un film piacevole, sincero e capace di regalare alcuni momenti emozionanti. Ma è anche il simbolo di una Pixar che sembra aver perso parte del coraggio che l’aveva resa rivoluzionaria.

E osservando il finale, viene da pensare che la celebre frase di Buzz Lightyear sia diventata involontariamente una descrizione dello studio stesso. Non più «verso l’infinito e oltre», ma «verso un altro sequel e oltre». Sperando che, prima o poi, la strada torni a portare verso qualcosa di nuovo.

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