Nate come leggenda liminale di internet e rilanciate dal found footage di Kane Parsons, le Backrooms diventano cinema con un horror psicologico claustrofobico e disturbante. Tra stanze infinite, luci malate e corridoi senza logica, il film trasforma un fenomeno virale in una riflessione sull’angoscia contemporanea, sulla routine, sulla solitudine e sui labirinti imperfetti della mente
Cosa sono le Backrooms? Nel linguaggio dei videogiochi, l’idea richiama il “noclip” e gli spazi fuori mappa: aree teoricamente inaccessibili al giocatore, corridoi incompleti, stanze “oltre” il mondo programmato, luoghi che esistono ma che non dovrebbero essere raggiunti. Col tempo, però, il concetto si è trasformato in qualcosa di molto più grande. Nate online nel 2019, le Backrooms hanno conosciuto una nuova esplosione di popolarità nel 2022, grazie a un cortometraggio found footage creato da un giovanissimo Kane Parsons, che immaginava un ragazzo intrappolato accidentalmente in un immenso labirinto di stanze giallastre, tutte identiche e apparentemente infinite. Quel corto, diventato virale per la sua capacità di generare ansia pura con mezzi semplicissimi, ha ridefinito l’horror liminale online. Oggi, quello stesso autore, poco più che ventenne, debutta alla regia di un lungometraggio distribuito da A24, trasformando la sua idea in uno dei casi horror più sorprendenti dell’anno.
La storia segue un uomo qualunque che, nel suo negozio, scopre accidentalmente una sorta di portale verso un luogo impossibile. Dall’altra parte si “apre” una stanza spoglia, illuminata da una luce artificiale malata, con pareti giallo sbiadito e moquette dello stesso tono cromatico. Ma quella stanza non è che l’inizio: ogni corridoio conduce ad altre stanze identiche, o almeno all’apparenza, che sembrano replicarsi all’infinito in una geometria priva di logica. Più il protagonista si addentra in questo spazio liminale, più l’ambiente cambia impercettibilmente, diventando sempre più assurdo, disturbante e alienante. Quella che inizialmente appare come semplice curiosità si trasforma rapidamente in un’ossessione morbosa: la necessità di capire cosa sia quel luogo e perché sembra quasi vivo.
Il film costruisce il suo orrore non tanto attraverso jump scare o mostri in primo piano, quanto tramite una costante sensazione di disagio. Ogni stanza sembra familiare e allo stesso tempo profondamente sbagliata. Le luci al neon ronzano incessantemente; i corridoi si ripetono in loop; gli spazi sembrano dilatarsi senza alcun senso geometrico. Kane Parsons dimostra di aver capito perfettamente cosa renda le Backrooms così inquietanti: non la paura immediata, ma l’angoscia esistenziale di trovarsi in un luogo che sfugge a qualsiasi logica umana.
Ed è proprio qui che il film trova il suo lato più interessante. Le Backrooms non sono soltanto un ambiente horror, ma diventano una metafora potente della condizione mentale e psicologica dell’uomo contemporaneo. Questo labirinto infinito può rappresentare la routine quotidiana: una serie di giornate identiche che ripetiamo continuamente perché l’abitudine ci rassicura, anche quando ci rende infelici. Continuiamo a percorrere gli stessi corridoi della nostra vita sperando inconsciamente che, prima o poi, qualcosa cambi davvero. Ma le stanze rimangono sempre uguali.
Allo stesso tempo, il film suggerisce che le Backrooms siano anche una rappresentazione della mente umana: un luogo fatto di ricordi frammentati, sensazioni confuse e nostalgie distorte. Gli ambienti sembrano infatti imitare spazi reali: uffici, magazzini, corridoi di centri commerciali, case vuote, ma privati di ogni funzione e significato. Sono ricordi svuotati, immagini di una realtà ormai perduta che la mente continua a ricostruire in maniera imperfetta. Più il protagonista esplora questo spazio, più sembra in realtà sprofondare dentro sé stesso.
Dal punto di vista registico, Parsons porta nel lungometraggio l’impronta del suo corto originale, mantenendo in parte uno stile quasi documentaristico e found footage che aumenta enormemente il senso di immersione. La macchina da presa si muove in modo nervoso ma mai eccessivo, lasciando spesso lo spettatore nell’incertezza di ciò che sta osservando. L’uso del sonoro è fondamentale: rumori lontani, passi indefiniti, ronzii elettrici e silenzi improvvisi diventano strumenti di tensione continua. Anche quando non accade nulla, il film riesce a far percepire costantemente una presenza invisibile e minacciosa.
La forza di Backrooms sta soprattutto nella sua capacità di trasformare l’internet horror in vero cinema senza perdere l’identità originale del progetto. Molti adattamenti di fenomeni virali finiscono per snaturare ciò che li aveva resi speciali, mentre qui Parsons conserva intatta quell’atmosfera grezza, misteriosa e disturbante che aveva reso il corto un oggetto di culto online. Anzi, il formato più lungo gli permette di approfondire maggiormente il lato psicologico ed esistenziale della storia, andando oltre il semplice esercizio di stile.
Claustrofobico, ipnotico e profondamente ansiogeno, Backrooms conferma il talento di Kane Parsons e dimostra come anche un’idea nata su internet possa trasformarsi in un’opera cinematografica ambiziosa e originale. Un horror psicologico che parla della paura dell’ignoto, della solitudine e del vuoto della ripetizione quotidiana. Lasciarsi trascinare all’interno delle Backrooms significa accettare di perdersi in un luogo senza uscita, dove ogni corridoio sembra portare sempre più lontano dalla realtà, e forse anche da sé stessi.

Enrico Montaguti è un trentenne nato e cresciuto a Bologna. Non ha seguito un percorso accademico legato al cinema o alla critica. Le sue recensioni nascono dalla passione pura, da anni di visioni accumulate sala dopo sala, da un rapporto diretto e viscerale con la settima arte. Scrivere di cinema non è mai stato un esercizio tecnico, ma un atto quasi necessario: un modo per fermare il tempo subito dopo che le luci si riaccendono, per mettere a fuoco ciò che un film ha lasciato dentro.
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