Oltre le stelle, dentro di Noi

Da sempre il cinema guarda alle stelle per raccontare ciò che ci spaventa, ci affascina e ci definisce. Gli alieni diventano invasori, specchi dell’identità, creature incomprensibili o esseri tragicamente soli. Dalla paranoia della Guerra Fredda all’orrore cosmico, fino alla meraviglia dell’incontro, ogni extraterrestre finisce per parlare meno dello spazio profondo e molto di più dell’essere umano

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L’essere umano ha sempre avuto la tendenza a rivolgere lo sguardo in alto, verso le stelle, e, proiettandolo al di là di esse, ha immaginato dei, viaggiatori, mostri e mondi sconosciuti.

Nemmeno il cinema si è mai sottratto a questa tendenza ed anzi ha compiuto un passo ulteriore: è riuscito a trascinare quei mondi dentro al nostro, dando una forma distintiva e caratteristica all’ignoto.

E così gli alieni non hanno mai smesso di tornare sulla Terra. Sono arrivati a bordo di astronavi giganti, si sono nascosti tra di noi e hanno assunto sembianze mostruose o rassicuranti.

Eppure, negli anni, la settima arte sembra aver trasformato queste entità in uno specchio, nascondendo una domanda molto umana: come ci rapportiamo a ciò che percepiamo diverso da noi?

Dalla paranoia della Guerra Fredda alle riflessioni sull’identità, dalla paura dell’invasione alla curiosità di conoscere l’ignoto, gli extraterrestri hanno finito per raccontare meno lo spazio profondo e di più la società che li ha immaginati. Perché in ogni film sugli alieni si parla dell’incontro con l’altro e molto spesso quell’altro siamo proprio noi.

L’alieno invasore

Le prime grandi invasioni aliene nel cinema non parlavano soltanto di esseri provenienti dallo spazio profondo, ma nascondevano qualcosa di più concreto. Nel pieno della Guerra Fredda, il nemico non era solo un esercito oltre il confine: era qualcuno capace di infiltrarsi silenziosamente nella quotidianità, cancellando identità e individualità.

Ne L’invasione degli ultracorpi (Don Siegel, 1956), uno dei capisaldi della fantascienza americana, gli alieni non conquistano il pianeta con la forza, ma si sostituiscono agli esseri umani. Sono copie prive di emozioni che trasformano il terrore dell’invasione in una riflessione sul conformismo e sulla perdita della propria identità. Non a caso il film è stato interpretato sia come metafora della paura del comunismo sia come critica al clima di omologazione promosso dal maccartismo.

Negli anni ’80, invece, la figura dell’alieno invasore assume forme diverse, ma conserva le stesse inquietudini.

Nel film La cosa (John Carpenter, 1982), l’alieno non si limita a sostituire gli esseri umani, ma li replica perfettamente, rendendo impossibile distinguere il vero dal falso. È qui che la pellicola diventa un’allegoria potentissima della paranoia e della negazione dell’identità: se il nemico assimila e copia perfettamente ogni essere vivente, di chi possiamo realmente fidarci?

Un’operazione simile la si può incontrare ne L’alieno (Jack Sholder, 1987), dove l’extraterrestre si impossessa dei corpi umani, trasformandoli in criminali spietati e alimentando, ancora una volta, il timore di un nemico invisibile che si nasconde dietro un volto familiare.

Nonostante le differenze, questi film condividono la stessa intuizione: l’alieno non è solo una creatura proveniente da altri mondi, ma è la rappresentazione di una paura estremamente umana, quella che il nemico possa insidiarsi in mezzo a noi, privandoci della nostra identità.

L’alieno e il mistero

Il cinema di fantascienza, però, non esprime solo la paura di una minaccia latente che si insinua nella società. In altre declinazioni, infatti, diventa qualcosa di più profondo: l’alieno non è un nemico da riconoscere, ma un mistero da decifrare.

In Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), Steven Spielberg trasforma l’apparizione aliena in un’esperienza quasi spirituale. Gli UFO non sono strumenti di conquista, ma segnali di comunicazione che richiedono all’uomo di abbandonare la paura per aprirsi alla meraviglia.

Il contatto, però, non è semplice e immediato: passa attraverso suoni, segni e ossessioni.

Nel più moderno Arrival (2016), Denis Villeneuve riprende l’idea di comunicazione difficile e mediata, in cui l’incontro con gli extraterrestri diventa un problema linguistico. Per comprenderli, gli umani devono ripensare il tempo e il modo in cui costruiscono il significato delle cose. L’alieno diventa quindi una vera e propria struttura di pensiero diversa, che obbliga l’umanità a riformulare sé stessa.

L’immensità della notte (Andrew Patterson, 2019) si muove, invece, in una direzione meno consolatoria. Il film riprende interamente le atmosfere della fantascienza radiofonica degli anni ’50 per costruire il mistero su qualcosa di invisibile, ma percepibile. L’alieno qui è assenza: un segnale intermittente che si lascia intravedere, ma non si mostra mai completamente.

Qui il mistero non si risolve: si amplifica.

Solitudine dallo “spazio profondo”

A volte, invece, l’extraterrestre è semplicemente la manifestazione del nostro disagio esistenziale. Non è un individuo con brama di conquista o voglia di comunicare, ma una figura tragicamente sola, condannata a osservare il mondo senza mai riuscire davvero a farne parte. In questa direzione, il termine “alieno” è più stratificato che mai.

Ne L’uomo che cadde sulla Terra (Nicolas Roeg, 1976), David Bowie interpreta un alieno che viene sul nostro pianeta con una missione ben precisa, ma finisce per essere travolto dalle contraddizioni e dalle debolezze della società umana, diventando allegoria dell’alienazione e della solitudine.

In Starman (John Carpenter, 1984), l’alieno non è una minaccia, ma uno sguardo innocente sull’umanità: durante il viaggio sulla Terra scopre la violenza, ma anche la compassione degli uomini, offrendo una riflessione sull’empatia e sul significato dell’essere umani.

Più ambiguo e inquietante è, invece, Under the Skin (Jonathan Glazer, 2013), dove un’aliena assume le sembianze di una donna per predare le proprie vittime. Nel tentativo di comprendere la specie che dovrebbe sfruttare, però, finisce per mettere in discussione la propria natura. La pellicola ribalta così la prospettiva: non è più l’uomo a interrogarsi sull’alieno, ma l’alieno a interrogarsi su cosa significhi essere umano.

Orrore cosmico

Nella natura dell’essere umano sono presenti, però, forse in maniera più preminente rispetto ad altri sentimenti, la paura e l’inquietudine dell’ignoto. Rivolgere lo sguardo verso galassie lontane diventa così un promemoria di quanto l’uomo sia fragile e insignificante al cospetto dell’universo. È qui che la fantascienza incontra l’orrore.

Uno tra i primi film a esplorare questa dimensione è Terrore nello spazio (1965) di Mario Bava, gioiello della fantascienza italiana che anticipa molte suggestioni di questo genere. Su un pianeta sconosciuto, una presenza aliena si impossessa degli astronauti, dando vita a un viaggio nell’ignoto in cui il nemico sfugge alla logica umana.

Sarà proprio la pellicola nostrana a fornire l’idea a Ridley Scott per il suo Alien (1979), che porterà questo concetto alla sua massima espressione. Lo Xenomorfo non è guidato da intenzioni politiche o comunicative: è un organismo perfetto guidato dall’istinto di sopravvivenza. L’orrore nasce proprio dalla sua assoluta indifferenza nei confronti dell’uomo, che smette di essere il centro dell’universo e diventa una semplice preda.

Una rilettura contemporanea di questo immaginario arriva con Nope (2022), di Jordan Peele, che ribalta uno dei simboli più iconici della fantascienza: l’UFO non è il mezzo di trasporto dell’alieno, ma è l’alieno stesso. Anche in questo caso l’extraterrestre non può essere compreso, ma solo osservato, e ci ricorda, quindi, che non tutto ciò che esiste nell’universo è destinato a essere spiegato.

Ed è così, in fondo, che ogni storia sugli alieni nasconde la stessa domanda: cosa accadrebbe se incontrassimo qualcosa di completamente diverso da noi?

La risposta cambia a seconda del film, del genere o della società che lo ha immaginato, ma è forse proprio per questo che la settima arte potrà continuare a interrogarsi su questa domanda e a trovare risposte sempre differenti. Soprattutto, in questa infinita ricerca, il cinema continuerà a trovare il suo senso di meraviglia.

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2 commento su “Oltre le stelle, dentro di Noi”
  1. È un articolo ben costruito. La cosa che apprezzo di più è come Felix organizzi il materiale per “categorie di paura” invece che per ordine cronologico o di genere – invasione, mistero, solitudine, orrore cosmico. Questa scelta rende evidente che non sta parlando di fantascienza in astratto, ma di quattro modi diversi in cui l’essere umano elabora l’idea di “altro”.
    II pezzo suggerisce che il “nemico” cambia forma a seconda di cosa la società teme in quel momento. Il punto più acuto di tutto il pezzo per me è questo ribaltamento: – non più l’uomo che si interroga sull’alieno, ma l’alieno che si interroga sull’essere umano-.
    Nel complesso, è un pezzo che sa cosa vuole dire e lo dice con chiarezza, senza disperdersi nell’elenco dei titoli. Pur non essendo un’esperta di cinema questo articolo ha “rapito” la mia attenzione e partecipazione. Bravo Felix ben fatto.

  2. Grazie mille per i bellissimi complimenti, Patrizia. Sono contento che il mio articolo ti sia piaciuto e che io sia riuscito ad esporre chiaramente i concetti che volevo esprimere.
    Mille grazie per il supporto.

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