I mille volti della casa infestata

Dalla paura domestica di “The Shining” alle ferite interiori di “The Babadook”, la casa infestata non è mai stata soltanto un luogo abitato dai fantasmi. Nel cinema diventa famiglia che implode, mente ferita, spazio del lutto, della rabbia e perfino della commedia. Un immaginario inesauribile, dove ogni stanza nasconde ciò che abbiamo provato a seppellire

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Tutti noi siamo abituati a pensare alle case infestate come a luoghi in cui l’oscurità e la paura emergono sotto forma di entità, pronte a farci del male quando meno ce lo aspettiamo: nella quiete del nostro sonno, nell’intimità della doccia o nella spensieratezza di un pranzo in famiglia.

Ciò che più ci terrorizza è l’idea che il nostro nido familiare, il luogo in cui dovremmo essere più al sicuro, possa trasformarsi in una prigione terrificante dalla quale non potremo più uscire.

Negli anni, però, il cinema ci ha insegnato che una casa infestata non è solo questo, ma può essere uno stato emotivo o uno spazio mentale alterato; può essere il ritorno di un passato che abbiamo tentato di cancellare, ma che ora si insinua ostinato tra le crepe dei muri, cercando a ogni costo di uscire.

Ed è proprio per questo, forse, che il cinema, nonostante passino gli anni e ci siano migliaia di film al riguardo, continua a tornare in quelle case per raccontare storie sempre diverse.

La famiglia tra le mura

Se il cinema horror è pieno di case infestate, è perché poche cose fanno paura come un nucleo familiare che si sgretola lentamente. In alcuni di questi film il soprannaturale sembra nascere proprio dai conflitti tra i personaggi. La casa diventa allora un organismo che assorbe rabbia, lutto e violenza, trasformando ogni stanza in un luogo ostile.

È il caso di The Shining (1980), dove l’isolamento dell’Overlook Hotel contribuisce a trasformare lentamente Jack Torrance in una figura sempre più minacciosa. Il soprannaturale si intreccia così con una violenza domestica già presente ben prima dell’arrivo dei fantasmi, facendo dell’hotel un luogo capace di amplificare le tensioni e i traumi della famiglia.

Con Poltergeist (1982), invece, Tobe Hooper e Steven Spielberg raccontano una famiglia americana apparentemente perfetta, minacciata sotto la normalità suburbana. Dietro quell’apparente dipinto di vita ordinata si nascondono tensioni, paura della perdita e rimozioni collettive che il soprannaturale porta a galla.

È in Oriente, però, che la situazione si fa ancora più complessa e distruttiva. L’horror giapponese, ad esempio, si costruisce molto spesso su maledizioni che derivano dalla rabbia e dal rancore di persone uccise in maniera violenta e brutale. Questi sentimenti si radicano fortemente nel luogo in cui sono avvenute le morti, dando forma a entità maligne che colpiscono chiunque entri in contatto con quello spazio. In Dark Water (2002), Yoshimi e la figlia si trasferiscono in un vecchio palazzo fatiscente dove alberga lo spirito di una bambina. La donna si trova in una spirale di eventi sempre più oppressivi che la portano a compiere un sacrificio estremo per salvare la figlia, destinato però a segnare il disfacimento del loro rapporto.

In Ju-on: Rancore (2002), Takashi Shimizu compie un’operazione ancora più radicale. Kayako e il figlio Toshio sono stati uccisi in maniera brutale tra le mura domestiche. La rabbia e il rancore delle due vittime sono talmente profondi da trasformarli in spiriti vendicativi che non solo infestano la casa, ma si legano indissolubilmente a chiunque entri nell’abitazione, perseguitandolo anche fuori da essa.

Infine, con l’horror contemporaneo la casa infestata diventa sempre meno un semplice scenario soprannaturale e sempre più una manifestazione concreta del dolore e dei conflitti interiori dei personaggi. In Hereditary (2018), Ari Aster costruisce un horror in cui lutto, rancore e traumi familiari sembrano tramandarsi di generazione in generazione, trasformando la famiglia stessa nella vera maledizione del film.

La mente infestata

L’altra faccia della medaglia di questo “genere” è rappresentata dallo spazio mentale che le case infestate occupano nell’ambito cinematografico. Diversi autori e registi hanno iniziato quasi subito a utilizzare questo espediente narrativo come allegoria delle fragilità psicologiche ed emotive. Ed è qui che il soprannaturale non abita più soltanto le mura di casa, ma inizia a insinuarsi nella mente umana, trasformando traumi, lutti e paure in presenze concrete.

Il film Gli invasati (1963) rappresenta perfettamente il prototipo cinematografico di questa dimensione psicologica. La protagonista Eleanor, dopo aver passato quasi tutta la vita ad assistere la madre malata, si ritrova insieme a un gruppo di persone nella sinistra Hill House, una villa ritenuta infestata, per indagare sui fenomeni paranormali. L’orrore, però, sembra nascere proprio dalle fragilità emotive della protagonista: la casa non appare mai davvero comprensibile e i fantasmi potrebbero essere reali oppure il riflesso dei traumi e delle paure della donna.

In The Babadook (2014), la protagonista è una donna rimasta vedova che deve crescere il figlio da sola ed è incapace di affrontare il lutto. La presenza oscura del film rappresenta infatti l’incarnazione della depressione della donna, delle sue difficoltà genitoriali e della negazione del dolore che la attraversa.

Una dinamica simile ritorna in The Night House (2020). Anche in questo caso la protagonista è una vedova incapace di affrontare il lutto e si ritrova con una presenza ambigua in casa. In questo film, però, abbiamo un intreccio di fili più complesso che riguarda la scoperta di una doppia vita del marito e un approccio profondamente nichilista nei confronti della morte.

Nel 2024, invece, Steven Soderbergh attua un rovesciamento delle regole. In Presence, lo spettatore vive l’intera esperienza del film attraverso il punto di vista della presenza che abita la casa, in una soggettiva continua e silenziosa. Tramite il suo sguardo furtivo, osserviamo le difficoltà delle relazioni interpersonali, dai rapporti familiari alle relazioni tossiche, in una dimensione che si colloca al di fuori del tempo.

Haunted house da ridere

Come ogni immaginario cinematografico che si rispetti, anche la haunted house ha la sua tradizione di parodie e commedie.

Un esempio concreto lo possiamo trovare nel film giapponese House (Hausu, 1977), diretto da Nobuhiko Obayashi. Qui il regista trasforma la casa infestata in uno spazio caotico e delirante, dove il grottesco e il surreale danno vita a una commedia folle dai tratti quasi cartooneschi. Il film, infatti, alterna continuamente paura e comicità, costruendo un’esperienza tanto inquietante quanto esilarante.

Alla fine degli anni ’80, dalla mente di Tim Burton prende forma l’iconica figura di Beetlejuice (1988), e anche qui l’orrore si trasforma in puro caos comico. Al centro della vicenda abbiamo fantasmi eccentrici e sopra le righe; il soprannaturale smette quasi completamente di fare paura, diventando soprattutto uno spazio di comicità e immaginazione visiva.

In anni più recenti, invece, la haunted house ha avuto un “incontro ravvicinato” anche con Internet e con tutto il suo universo nel film Deadstream (2022). La pellicola utilizza la casa infestata come palcoscenico per fare satira sull’ossessione della visibilità e sul bisogno costante di spettacolarizzare ogni esperienza online.

Infine, anche l’animazione si è ritagliata il proprio spazio nell’immaginario delle case infestate.

Monster House (2006), pur essendo rivolto a un pubblico più giovane, riesce comunque a trasformare la casa in una creatura viva e minacciosa, mantenendo intatto quel senso di mistero e inquietudine tipico del genere.

Nel corso degli anni, quindi, il cinema ha trasformato la casa infestata in qualcosa di più rispetto a un semplice luogo in cui dimorano presenze oscure. Dietro quelle mura si nascondono silenziosi traumi e fragilità con i quali tutti noi, prima o poi, dobbiamo fare i conti. E proprio come la polvere sotto il tappeto non sparisce, ma rimane nascosta, pronta a riemergere nel momento in cui solleviamo la stuoia, anche le nostre ferite, se ignorate troppo a lungo, possono spuntare da sotto il letto per trascinarci nell’oscurità.

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