Tra Smemoranda, musical e Zeffirelli: come si costruisce un Cristo da immaginario collettivo che finisce per essere più pop (e un po’ sexy) che umano. Dal Gesù “da diario” che faceva le mosse al Cristo fotogenico del cinema, il pezzo attraversa ironia, iconografia e star system per chiedersi perché la santità, da secoli, debba passare anche dall’estetica. E alla fine ribalta la domanda: stiamo parlando di popolarità… o di umanità?
IMMAGINE GENERATA CON IA
Ge… sù, Ge… giù, Ge… cu-cù…
Ve la ricordate quella vignetta che imperversava negli anni ’90 sui diari di scuola, sui bigliettini che ci passavamo tra i banchi, sulle Smemoranda? Ehi, dico a voi che non aspettavate altro che lo si annoverasse tra le icone pop: lui e solo lui e nient’altro che lui… ma sì, dai, avete capito di chi sto parlando: di lui, del figlio di Dio!
E più pop di questa vignetta, suvvia, ditemi: cosa mai ci potrà essere? È dissacrante ma non blasfema, irriverente ma non irrispettosa, trasgressiva ma di buon gusto! Se poi ricordate meglio, era abbinata a dei disegnini stilizzati, raffiguranti il personaggio che, appunto, faceva esattamente “le mosse”, come da descrizione! Più pop di così!
Ehi, dico ancora a voi! Se invece vi aspettavate che introducessi il tema nominando subito il musical, beh, mi spiace per voi, ma è mia intenzione deludervi fin da subito: no, non parlerò di Jesus Christ Superstar! Non lo farò perché, pur amando i musical, questo è decisamente quello che meno apprezzo! E non mi importa se l’hanno rappresentato sui palchi di tutto il mondo per oltre mezzo secolo, se con tutto quel popò di musica il protagonista è diventato un’icona rock alla stregua di Mick Jagger, se Ted Neeley, l’attore che lo ha impersonato nella successiva trasposizione cinematografica di successo, ha contribuito prepotentemente ad impostare nell’immaginario collettivo (a prevalenza femminile, bisogna iniziare a dirlo) la figura di un Gesù figaccione biondo, con la chioma lunga e fluente, vagamente hippie, la veste discinta, l’occhio ceruleo e perso nell’orizzonte, il calumet della pace… e… oh no, nooo! Che mi fate scrivere! Il calumet della pace no: non c’era!
E che diamine!
Ma tutto il resto sì!
A fissare quella immagine per benino è poi bastato un ciclo di film cult e sceneggiati – quello di Zeffirelli in primis – che l’ha resa indelebile nella mente di tutti e tutte noi (ma più di tutte, diciamocelo) e ha fatto tutto il resto. E per il resto intendo creare un immaginario collettivo in cui un uomo palestinese vissuto, ipoteticamente, all’inizio del primo millennio potesse essere alto, biondo e con gli occhi azzurri, insomma un giovane trentenne simil-svedese, magnetico e sensuale, con cui intrattenersi in meditazioni e riflessioni sui massimi sistemi non sarebbe stata, diciamo così, tra le prime aspirazioni!
Carissimi… io, più che un’icona pop, uno così lo definirei un’icona… sexy!
Ops… stiamo degenerando?
Ci sono voluti Mel Gibson, un po’ di studio e di coraggio a invertire la rotta, affinché, con La passione di Cristo, Gesù assumesse sembianze più verosimili e vicine alla sua appartenenza storica e geografica. Anche se, di nuovo, la scelta dell’attore è ricaduta su un “bellone”, ma si sa: è il cinema, bellezza. E tu non puoi farci niente!
Ma senza demonizzare lo star system aggiungerei che la “colpa” ha origini ben più antiche: già nel Medioevo il Cristo veniva rappresentato come una figura maschile di bella presenza! In fin dei conti, il figlio di Dio era “figlio d’arte”, mica lo potevi rappresentare esteticamente brutto! I nostri antenati lo avevano giustamente capito: e chiamali scemi!
Il punto è che rappresentare visivamente il figlio di Dio, la sua incarnazione, la sua figura umanizzata, è da sempre stato una delle più grandi sfide che l’arte – di qualunque genere, ma quella visiva più di tutte – abbia dovuto affrontare! Ritrovandosi così intrappolata in una narrazione talvolta difficile da comprendere, spesso pure da verificare, basata il più delle volte sulla fiducia (senza arrivare a disturbare la fede)!
Il risultato, protrattosi nei secoli, è stato quello di rifugiarsi nell’idealismo estetico ed etico della “kalokagathìa”, per cui, se uno è buono, deve essere per forza anche bello!
E tentare di “umanizzare” il divino facendolo diventare nell’immaginario collettivo un soggetto estremamente bello, non lo avvicina all’umanità, ma lo sessualizza soltanto, probabilmente allontanandolo ancor di più dal genere di riferimento.
Per questo io, nel cinema, nell’arte visiva, non trovo l’icona pop di Gesù che tanto cercate voi comuni mortali! Trovo “umanità” di lui in un romanzo come Il Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago o nella poesia di Giorgio Caproni. Ma forse, anche qui, stiamo parlando di “umanità” e non di “popolarità”.
Gesù è certamente un’icona, forse la figura iconica più conosciuta al mondo, da sempre, ancor prima che l’arte lo trasformasse in questo.
E del resto, lo stesso termine “icona”, che deriva dal greco, non significa “immagine”, già dai tempi del suo primitivo e sacro uso?
Per questo, carissimi, se parliamo di icona pop, per me la vignetta dei tempi della scuola resta la rappresentazione più riuscita, efficace e, appunto, pop di sempre! Ma altre segnalazioni sono ben accette!
Ge… sù, Ge… giù, Ge… più!

Ilaria Triggiani è laureata in comunicazione istituzionale e d’impresa presso La Sapienza di Roma. Qui muove i primi passi nel giornalismo, scrivendo di costume per la rivista online Bazarweb, diretta da Eugenia Romanelli. Collabora poi con riviste come Elle e Dove Viaggi. Cura l’ufficio stampa regionale per Passaggi Festival e la pubblicazione di due volumi della collana I Quaderni del Consiglio per la Regione Marche. Ama alla follia i gatti e i Pink Floyd. Unico vizio: viaggiare, con la mente e non solo.
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Se anche la Messa mischiasse un pò di più la vecchia formula popolarissima 1000 anni fa con Carlo Magno, con qualche odierna tendenza Pop dell’era di Carlo Conti!? ………