Good night, Sugar: cento anni di Marilyn Monroe

A cento anni dalla nascita, Marilyn Monroe resta molto più di un volto biondo consegnato all’immaginario pop. Corpo, desiderio, fragilità, intelligenza e costruzione dell’immagine convivono in un’icona che Hollywood ha consumato senza capirla davvero. Tra Chanel N° 5, Billy Wilder, Warhol e Sugar Kane, Marilyn continua a parlarci: non come mito perfetto, ma come donna piena di contraddizioni

“Well, nobody’s perfect.”

Da A qualcuno piace caldo, 1959

La notte tra il 4 e il 5 agosto 1962 lasciava questa terra colei che aveva inventato il moderno concetto di icona che tutti noi oggi utilizziamo quando facciamo riferimento a un personaggio perfettamente riconoscibile in ambito culturale e sociale.

Norma Jeane Mortenson, poi conosciuta anche come Norma Jeane Baker – questo il nome originario di Marilyn Monroe – il 1° giugno 2026 avrebbe compiuto cento anni. E permettetemi, con questo umile articolo, di celebrarla come meglio mi è possibile fare, poiché di questa icona io sono un’incurabile ammiratrice. La amo a tal punto da scegliere, come nickname di un mio profilo social, il nome di uno dei suoi personaggi meglio riusciti, ovvero quello di Sugar Kane Kowalczyk, la cantante di A qualcuno piace caldo, esilarante commedia musicale di Billy Wilder, con Tony Curtis e Jack Lemmon come attori protagonisti, arrivata al 14° posto nella classifica AFI del 1998 dei cento migliori film americani di sempre. Scusate se è poco.

Se un’icona nasca spontaneamente o venga studiata a tavolino, non è ancora del tutto chiaro alla moderna sociologia. Tuttavia, è grazie a Marilyn Monroe che la combo tacco-e-rossetto rappresenta il codice della femminilità odiernamente intesa, che Chanel N° 5 è il profumo più famoso al mondo e che il biondo platino è il colore must-have che ogni donna deve provare a indossare, almeno una volta nella vita!

Oggi queste cose vi sembreranno alquanto frivole, ma vi garantisco che non lo sono, dal momento che il genere umano moderno è molto più aderente a un’immagine o a un’idea, piuttosto che alla realtà.

E infatti, sfruttando il linguaggio dei mass media, Marilyn risulta essere la prima attrice ad aver fatto del personaggio una professione e di uno stile un modello. Per donne e non solo. E se è vero il postulato per cui l’immagine è tutto, complice anche un certo Andy Warhol, il viso di Marilyn Monroe è fra i più riconoscibili della storia! Più di Buddha e di Mao, più di Elvis e forse della stessa Gioconda!

Con Marilyn, l’immagine viene prima del personaggio, il personaggio prima del ruolo e il ruolo prima della professione.

Ma si sa, la fama porta più nemici che amici e, di pari passo con essa, la nomea secondo cui Norma Jeane fosse una donna psicologicamente fragile, una diva capricciosa, una sciupauomini, perfino una pessima attrice, la precedeva tanto quanto la fama stessa.

“È la stampa, bellezza! E tu non ci puoi far niente.”

Poco importa se, tra gli uomini che l’hanno sposata, ci siano stati due nomi famosissimi: il campione di baseball Joe DiMaggio e il drammaturgo Arthur Miller. A lei hanno attribuito la tresca con entrambi i fratelli Kennedy. Anche se a ritrarla in scatti diventati iconici sono stati nomi come Milton Greene, Bert Stern, Douglas Kirkland, Gene Kornman, Richard Avedon – solo per citare i più famosi – la stampa ha preferito massacrarla per i suoi innumerevoli aborti. Eppure, la “dumb blonde”, la “bombshell” da tutti desiderata, ha riscritto i canoni della seduzione, sfidando il puritanesimo della società americana dell’epoca, indecisa tra il fare la rivoluzione e l’aderire al boom economico. L’America scelse la seconda opzione (la rivoluzione la fece anni dopo) e lei la abbracciò completamente, con i suoi pro e i suoi contro, aggiungendo però quella piccola dose rivoluzionaria che avrebbe anticipato il femminismo che sarebbe venuto dopo.

“Io sono corpo, sono bellezza, sono moda, sono sesso, sono lusso e sono qui per te: eccomi, desiderami.”

Così sembra dire in quegli anni Marilyn Monroe. Questa presa di coscienza del suo essere è anche il manifesto della donna occidentale che non vuole più essere relegata alle movenze dimesse e casalinghe dell’epoca. Anche se in seguito il concetto di “donna-oggetto” verrà contestato e combattuto, è in quel preciso momento – e mai prima di allora in modo così compiuto come con Marilyn – che questo concetto prende forma con un atto estremamente coraggioso e consapevole: un gesto di forza così radicale che, benché oggi cerchiamo in tutti i modi di distruggerlo, resiste ancora, come fiero baluardo non tanto del messaggio socialmente sbagliato secondo cui la donna è un oggetto del desiderio di cui ogni maschio può disporre a suo piacere, quanto dell’immagine di una donna che del piacere (maschile, ma direi più personale!) fa ciò che vuole e lo usa a suo vantaggio, esattamente come fa l’uomo con altre sue prerogative per le quali non deve chiedere autorizzazione.

E se in Quando la moglie è in vacanza (altro film di Billy Wilder, che contiene la celeberrima scena in cui l’attrice cerca di contenere lo svolazzamento dell’abito bianco sopra la griglia della metropolitana di New York) la figura dell’attrice, dopo aver raggiunto il suo apice di affermazione, produce la sua incarnazione iconica che si cristallizzerà per sempre nell’immaginario collettivo, è proprio nella successiva commedia di Wilder, A qualcuno piace caldo, che la diva rivela anche le sue ambiguità, le sue fragilità. Dietro all’immagine bionda, patinata, stucchevole, si nasconde la donna che fa fatica a reggere il peso del successo, di quella sua stessa immagine. È proprio A qualcuno piace caldo la commedia in cui Marilyn impiega anche 70 ciak per pronunciare una battuta di soli due secondi!

Ecco allora che l’icona aggiunge pezzi al suo sfumato mosaico. Chi era davvero Marilyn Monroe? Era un’attrice scarsa? (no, non lo era) Era una rubamariti? (si innamorava perdutamente e desiderava una famiglia) Era mentalmente fragile? (sì, soffriva di crisi emotive, perennemente sotto pressione com’era, povera) Era una drogata? (sicuramente abusava di psicofarmaci per tenere a bada ansia, depressione e crisi di nervi, provocati anche dalle pressioni dello star system).

Lungi dal fare un’apologia, ma sempre per amor di verità, su di lei sono recentemente circolate anche altre narrazioni: del suo desiderio di emanciparsi dal ruolo di bambola-e-oca (un po’ per finta e un po’ per davvero, chi lo sa!), di quanto avrebbe desiderato figli e famiglia – inguaribile romantica –, di come si fosse messa a studiare recitazione – self-made woman – e di come evitasse le feste mondane, preferendo a queste ultime lunghe sedute di lettura dei classici!

A supporto di tutto questo, Piera Detassis, una delle penne più autorevoli della critica cinematografica italiana, ha recentemente scritto che, negli ultimi anni di vita, Marilyn aveva iniziato a dedicarsi perfino alla regia e alla poesia. Un modo per riscattarsi dai detrattori e dal marciume di Hollywood? Può darsi. In fin dei conti, lei aveva solamente dato ciò che la gente voleva. E lo aveva fatto con coraggio, poiché fino a quel momento, per timore o ipocrisia, nessuno aveva avuto l’ardire di farlo. Ma una volta che il pubblico se ne era nutrito voracemente, fino all’indigestione, ecco che quell’immagine non bastava più: serviva “dell’altro”, “quell’altro” che, fino a due minuti prima, si era deciso che Marilyn non dovesse possedere: cultura, intelligenza, capacità.

A nulla è servito sposare il più grande drammaturgo americano dell’epoca o recitare ne Gli spostati, ultimo film completato dell’attrice di cui Arthur Miller aveva scritto la sceneggiatura, così come non servì posare appena velata da un lenzuolo, quasi nuda, o dichiarare che dormiva solo con due gocce di profumo addosso. Lei voleva spogliarsi di quell’immagine che le si ribellava dentro ma non ci riuscì, perché quell’immagine non le era stata cucita addosso: era la sua pelle! Eppure, in quest’ultimo film, assieme alla sofferenza che l’attrice stava patendo, anche tutta la sua sensibilità, la sua profondità, la sua non stupidità, emergono con naturalezza e vanno a completare quel mosaico che Marilyn era, come lo è ogni persona.

Chissà come si sarebbe trasformata, se avesse vissuto più tempo, che cosa sarebbe diventata, se questi cento anni li avesse raggiunti…

Se n’è andata troppo presto? Forse. E forse è meglio così. Marilyn Monroe non era una persona che era riuscita a sembrare un’altra persona e che poi aveva provato a esserne un’altra ancora. Era tutte queste cose e lo sapeva. Eravamo noi a non saperlo! Ma oggi, a un secolo dalla sua nascita, lo sappiamo, lo vediamo.

Non mi sento di augurarle buon compleanno. Ma piuttosto:

“Good night, honey…”

“Good night, Sugar!”

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