Silvia, Leopardi e quel bluff romantico che abbiamo frainteso

Chi non ricorda i celebri versi leopardiani dedicati a Silvia? Eppure, forse, abbiamo frainteso tutto. Questo articolo ironico e provocatorio mette in discussione uno dei più famosi componimenti della poesia italiana: e se Silvia fosse solo un pretesto per il monologo narcisistico di Leopardi? Leggete e (ri)scoprite perché "A Silvia" non è affatto una poesia d'amore!

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“Silvia lo sai, lo sai che Luca si buca ancora…”

Ops! Forse ho sbagliato incipit…

E mi perdonerete se, quando penso alla poesia, non posso resistere al ricordare la scena esilarante di Carlo Verdone in Acqua e sapone che si improvvisa insegnate e impartisce ripetizioni di letteratura italiana ad un poco convinto gruppetto di prestanti giovani africani.

Sì, sto parlando della Silvia di Leopardi. L’emblema della donna nella poesia romantica e – a tratti – universale.
Sfido chiunque a ripetere a memoria la famosa lirica leopardiana senza cadere in qualche becera gaffe! A non pensare a Verdone, a Carboni, a quella amica delle elementari. Come fate a non ricordarla a memoria, alla perfezione! La Silvia per antonomasia è una e una soltanto! È quella che rimembra, quella la cui beltà splendea, quella dagli occhi ridenti e fuggitivi, quella lieta e pensosa che se per la maggior parte delle persone normali significherebbe già soffrire di schizofrenia incipiente, per il poeta marchigiano era diventata, nel mentre la componeva, una di tutto rispetto! La stessa Silvia che, andando più avanti nei versi, “perisce”, la tenerella, combattuta e vinta!

Perché se l’intenzione del poeta di Recanati era quella di sollevare dalle viscere schiaccianti della terra e della mentalità retrograda di fine Ottocento uno degli incipit più famosi e ricordati della poesia italiana, è purtroppo finito col diventare un ritornello melenso ed abusato che non rende giustizia ad uno dei capolavori della letteratura romantica. Perché la verità è che questa poesia parla di tutto fuorché di amore! Non è una poesia d’amore!

Tuttavia, lungi dal voler far qui una accurata analisi o una utile parafrasi della arcinota lirica, a me sembra che di Silvia alla fine non è che se ne parli poi un gran che! E che, in barba alla parità fra i sessi, il buon Leopardi, invece di ruggire grintoso come opportunatamente avrebbe dovuto fare visto il felino cognome, non faccia altro che lagnarsi di sé stesso, della sua situazione amorosa, della vita in generale, delle sorti del mondo… e che, catastrofe delle catastrofi, il tentativo di motivare tutto questo pessimismo cosmico, il Gobbo di Notre Dame – pardon! – il poeta Giacomo Leopardi, lo faccia attribuire tutto quanto alla povera Silvia!
Solo che qui, la sventurata, nemmeno rispose!
Ops, cerchiamo di non fare confusione.

Pur amando alla follia Leopardi, la sua poetica inarrivabile, per me A Silvia è un bluff, tutto fuorché una poesia d’amore, nulla a che vedere con il tentativo di rendere la figura femminile qualcosa di più di un mero moto ormonale. Quello che sto cercando di dire è che nello scorrere dei versi, di Silvia ben poco sappiamo, perché l’autore smette di parlarne e si concentra piuttosto su sé stesso, sul suo sentire e sulla visione del mondo! Non che questa descrizione non sia bella, profonda, condivisibile… ma della protagonista, della destinataria di cotanta arte e di altrettanto sentimento amoroso che altro sappiamo? È vero che pure Giacomo della ragazza poco conosceva… però è lì che allora avremmo gradito un maggiore lavoro di fantasia!
Forza Giacomo, marchigiano romantico poeta, metticela tutta, componi i più bei versi d’amore, scrivi quello che ogni donna di qualsiasi epoca ed età e parte del mondo vorrebbe sentirsi dedicare dall’uomo che ama! O facci sentire qualcosa che ci renda un po’ più altro dell’oggetto prescelto!
Daje Giacomo, facce sognare!!!
E invece no, un monologo narcisistico e auto riferito, che pure il Dottor Freud si sarebbe stranito nell’ascoltare!
Ahiahiahiai, Giacomino!

Ecco perché questa benedetta poesia noi tutti la sappiamo a memoria solo per i primi tre versi.
“A me stesso”, questo sarebbe stato un titolo più appropriato.
Ed ai posteri l’ardua sentenza!

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