“… non volevo gli eccessi dell'horror più canonico, ma volevo che la storia che ho raccontato, quella di Ada e Rino, rappresentasse l’orrore… Sì. Per me “horror” è quello che accade loro, non ciò che mostro. La parola chiave durante le riprese era “misura”. Ho chiesto che ci fosse misura in tutto”
Ci sono film che inquietano perché danno forma a paure che appartengono a tutti noi.
Qualche giorno fa sono stata alla proiezione estiva de Il primo figlio, debutto alla regia di un lungometraggio per Mara Fondacaro, che prima di questo esordio ha firmato diversi cortometraggi e sceneggiature, distinguendosi per l’interesse verso il cinema di genere e l’indagine psicologica dei personaggi. Il film racconta la storia di Ada, una donna che, in attesa del suo secondo bambino, si trasferisce insieme al compagno in una casa immersa nella natura per ricominciare. Ma quel luogo, apparentemente tranquillo, diventa presto lo scenario di un viaggio sempre più inquietante, dove il passato riaffiora e il confine tra realtà e suggestione si fa sempre più labile.
Ciò che mi ha colpito durante la visione è stato il modo in cui Fondacaro utilizza il soprannaturale per raccontare qualcosa di profondamente umano: il lutto, il senso di colpa e l’illusione di poter controllare ciò che, per sua natura, sfugge al nostro controllo. Ne nasce un horror metafisico che mette in discussione le nostre certezze e trasforma il dolore in un’esperienza visiva ed emotiva.
Con la regista abbiamo parlato della nascita del film, del delicato equilibrio tra dramma e horror, della rappresentazione della maternità nel cinema contemporaneo e del percorso che l’ha portata a raccontare una storia tanto intima quanto universale.
Laura: Mara, se cerco informazioni online sul tuo lavoro, vedo che vieni spesso definita come una regista che fa parte della nuova generazione di autrici del cinema italiano che stanno rinnovando il genere horror e il thriller psicologico. Quando, però, ci siamo incontrate alla proiezione del tuo lungometraggio, mi sei sembrata restia a farti incasellare in un ruolo, in un genere. Come mai?
Mara: In Italia purtroppo tendiamo a fare questa cosa, anche con gli attori, giusto? Spesso si dice: “Quello è un attore da commedia”… ma questo è solo il mio primo film, non posso essere classificata già in un genere! Io sono una grande amante dell’horror e nella vita vorrei farne altri, però in questo caso ho usato questo genere perché mi sembrava l’unico con cui poter raccontare questa storia, ma non perché io voglia fare solo quello. Quindi, farmi sin da subito rientrare in una categoria definita mi sembra essere un po’ limitante. Non mi piacciono le etichette nella vita (ride), forse per quello.
L.: Prima di dedicarti alla regia di un lungometraggio, hai firmato tante sceneggiature da Le variabili dipendenti, che ha vinto il David di Donatello come miglior cortometraggio nel 2023, a La salita, il più recente lungometraggio di Massimiliano Gallo. Quindi hai approcciato già racconti agli antipodi, generi diversi tra loro…
M.: Io da sceneggiatrice posso scrivere quello che mi viene chiesto di scrivere, mi adatto molto, ma scrivo comunque idee che provengono da altri. Sono storie in cui ti immergi, cerchi di renderle tue, ma includendo anche la visione di un’altra persona. Per la regia è diverso. Ad esempio, non mi vedrei a dirigere una commedia. Ma se mi proponessero di scriverne la sceneggiatura, lo farei senza problemi.
L.: Quindi devo dedurre che Il primo figlio nasce già con l’idea che tu ne saresti stata la regista, non solo la sceneggiatrice?
M.: Ho scritto la sceneggiatura de “Il primo figlio” durante gli anni di scuola al Centro Sperimentale [Centro Sperimentale di Cinematografia, Roma]. Quando però, in fase di packaging, si parlava di chi potesse essere il regista, ho sentito una spinta che si opponeva all’idea che qualcun altro potesse girarlo; avevo paura che una qualsiasi altra persona non capisse fino in fondo quello che volevo raccontare. Così mi sono proposta ai produttori che hanno supportato la mia decisione.
L.: Negli ultimi anni l’horror sta vivendo una vera e propria rivalutazione critica. All’estero il genere è ormai riconosciuto come uno strumento capace di raccontare temi profondamente umani, e anche in Italia autori come Paolo Strippoli e Roberto De Feo stanno contribuendo a questo cambiamento. Eppure, chi sceglie di raccontare una storia attraverso il linguaggio dell’horror sembra ancora dover dimostrare che il proprio cinema “meriti” di essere preso sul serio. Da dove nasce, secondo te, questa diffidenza? Come mai facciamo ancora fatica a riconoscere il valore e le potenzialità del cinema di genere?
M.: Argomento spinoso. Prendiamo ad esempio “La valle dei sorrisi” di Paolo Strippoli: ha avuto una nomination per i David di Donatello 2026, tre candidature ai Nastri d’Argento 2026 e ha vinto un premio alla Mostra Cinematografica di Venezia 2025… speravo che, con un film del genere, si fossero aperte le porte all’horror di matrice italiana, ma secondo me questo non è avvenuto. Nel cinema italiano c’è sempre un po’ di reticenza: molti produttori affermano che questo è un genere che divide… e io sostengo che anche la divisione in questo senso può essere positiva! Una visione davvero poco avanguardista. “Backrooms” (di Kane Parsons) e “Obsession” (di Curry Barker), sono attualmente sulla bocca di tutti. Gli incassi di questi due film sono esorbitanti e in Italia ancora non si investe sul cinema horror!
L.: Sceneggiatrice, dunque, e per la prima volta regista di un lungometraggio: quanto cambia il rapporto con una storia quando poi sei tu stessa non solo a scriverla, ma a trasformarla in immagini?
M.: Questo è molto soggettivo: dipende da progetto a progetto. Ad esempio, in un corto solitamente si scrive quasi riga per riga insieme al regista, quindi bene o male si sa cosa aspettarsi. Nella realizzazione di un lungometraggio il processo è decisamente più lungo: possono esserci più questioni produttive e, magari, lo sceneggiatore non riesce a seguire completamente il progetto. Finora, però, non sono mai stata delusa da una cosa che ho visto dirigere da altri.
L.: Il primo figlio utilizza il linguaggio dell’horror, ma al centro c’è un dramma profondamente umano. Quando scrivevi, quanto era importante mantenere questo equilibrio tra sovrannaturale e realtà, senza far prevalere un registro sull’altro?
M.: Questa è una delle cose principali a cui pensavo sia durante la scrittura, sia poi sul set. Una delle cose principali che dicevo agli attori era di cercare di avere una recitazione il più naturale possibile. Proprio perché stavamo girando un horror, non volevo gli eccessi dell’horror più canonico, ma volevo che la storia che ho raccontato, quella di Ada e Rino, rappresentasse l’orrore, più che il modo in cui è ripresa. Sì. Per me “horror” è quello che accade loro, non ciò che mostro. La parola chiave durante le riprese era “misura”. Ho chiesto che ci fosse misura in tutto.
L.: Negli ultimi anni sempre più registe stanno raccontando la maternità lontano dall’immagine idealizzata che il cinema ci ha proposto per decenni. Penso a film come Die, My Love (di Lynne Ramsay) e Se solo potessi ti prenderei a calci (di Mary Bronstein). Hai la sensazione che si stia finalmente aprendo uno spazio per narrazioni più complesse e meno rassicuranti?
M.: Sì, assolutamente. È un’ottima cosa. Chiaramente non ho voluto demonizzare la maternità, però volevo raccontare che, appunto, può succedere che una donna non la viva come un periodo idilliaco. Ho esempi di persone che conosco e ho anche esempi di persone che dopo aver visto il film mi hanno detto: “Grazie per aver mostrato queste fragilità, questi momenti che sembrano di follia totale”, perché si sono riviste. E, pur non avendo vissuto tutte la storia drammatica della protagonista, comunque si sono rispecchiate in alcuni comportamenti: quel sentirsi isolate e poi il bisogno di quella stessa solitudine. Sono molto contenta di questa cosa. Sono contenta che finalmente se ne parli e che stia diventando un tema sdoganato.
L.: Il suono e gli spazi sembrano avere una funzione narrativa tanto quanto i dialoghi. Durante la preparazione del film, quanto avete lavorato su questi elementi per costruire la tensione?
M.: Tantissimo, perché ci tengo molto al sonoro. Per me doveva rappresentare un altro personaggio del film. Pensa che ho concepito il film come un incubo: tutte le atmosfere visive sembrano rarefatte, i colori sono desaturati, proprio per ricreare un sogno angoscioso, inquietante. Volevo che anche il sonoro fosse così. Abbiamo giocato molto con i suoni che a volte sono reali, a volte sono presenti esclusivamente nella mente della protagonista. E tutti questi effetti acustici sono distorti, come il ricordo di un incubo al risveglio. A parte alcuni brani, è tutto prodotto da sintetizzatori, perché volevo proprio che questo tipo di vibrazioni accompagnassero non tanto la scena quanto i pensieri della protagonista.
L.: C’è una sequenza che più delle altre rappresenta la tua idea di cinema? Quella in cui hai pensato: “Ecco, questo è esattamente il film che volevo fare”.
M.: Sicuramente la scena in cui Ada e Rino finalmente si confrontano. Magari è una scena che può non essere reputata “memorabile”, ma ogni volta che la guardo mi colpisce sempre. E poi quella in cui, verso la metà del film, lui le confessa di essere stato al lago. È un unico movimento: un carrello che va avanti e poi ritorna indietro, però in quell’unico movimento c’è tutto! Quando, appunto, rivedo quella scena, mi dico: “Sì: questo è il cinema che voglio fare!”
L.: Quali registi o registe hanno influenzato maggiormente il tuo immaginario? Ci sono autori che, anche inconsapevolmente, ritrovi nel tuo modo di costruire le immagini?
M.: Allora, non me ne rendo mai conto prima, però… per esempio, io avevo nel mio storyboard iniziale un’inquadratura col bambino di spalle e il trenino davanti… e c’è un’inquadratura identica in “Phenomena” di Dario Argento, un film che a me piace da morire, ma che non vedevo da dieci anni. Quando poi l’ho rivisto – e avevo già scritto quell’inquadratura – ho detto: “Vedi quanti elementi ti rimangono dentro senza accorgertene?”
L.: C’è un tema che senti di non aver ancora raccontato e che speri possa diventare il centro di un tuo prossimo film?
M.: Sicuramente una cosa che voglio indagare nei miei film successivi è la difficoltà di comunicazione. Mi interrogo spesso su questa cosa: sui dispositivi, sul telefono, su come sia cambiato il modo di interagire tra di noi, amplificando le difficoltà di comunicazione.
L.: Molti film horror nascono da una paura: qual è la paura che continua a farti tornare all’immaginario de Il primo figlio?
M.: Sopravvivere alle persone che ami: questa cosa mi fa spavento. E in effetti combacia con quella che è la paura predominante nel mio film.
L’opera prima di Mara Fondacaro risuona anche dopo la visione. È una pellicola che invita ad accogliere la complessità dell’esperienza umana, senza la pretesa di fornire delle risposte. In questa onestà risiede la sua forza.
Molto spesso il cinema, prima ancora di consolarci, riesce a metterci di fronte a ciò che scegliamo deliberatamente di ignorare.

Laura Proto vive sospesa tra due passioni che nel tempo si sono cercate fino a fondersi. La musica è stata il primo linguaggio: sogno da bambina, sfogo nell’adolescenza, rifugio e libertà da adulta. Poi il cinema, presenza silenziosa, in attesa del momento giusto per rivelarsi. Oggi queste due anime convivono e dialogano nel suo profilo Instagram “Ciak and Track”, uno spazio in cui immagini e suoni si intrecciano, trasformando ogni visione in racconto e ogni colonna sonora in emozione condivisa.
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