Un tranquillo weekend lontano dalle distrazioni per dedicarsi alla propria arte… Praticamente un sogno! O forse no?

IMMAGINE GENERATA CON IA

C’è qualcosa là fuori.

L’ho sentito sin dal nostro arrivo.

C’è qualcosa là fuori e ci osserva. Ci ascolta.

E vuole entrare.

C’era un che di sinistro nei chilometri di stradine accidentate nel bosco che avevamo dovuto attraversare per raggiungere la piccola abitazione che aveva decisamente visto giorni migliori.

Sebbene fosse mattina, le chiome fitte degli alberi rendevano impossibile il passaggio della fioca luce invernale, trasformando anche le 11 di mattina nelle 23.

Di certo, il fatto che la nostra sgangherata Volkswagen a noleggio si fosse spenta cinque volte lungo la via aveva contribuito ad allungare il viaggio, facendolo sembrare un’odissea infinita.

Persino la radio ci aveva abbandonati di colpo, e il navigatore aveva preso a ricalcolare e ricalcolare fino a stabilire che ci trovavamo da qualche parte nelle montagne scozzesi, invece che al limitare di un paesino della Germania del Nord.

Un weekend-ritiro lontano dalle distrazioni per poterci concentrare sui progetti artistici che non riuscivamo a finire ci serviva proprio, ma la location lasciava a desiderare.

Ci dividemmo rapidamente le stanze: Brendan e Alis presero la camera principale al piano di sopra, con un letto matrimoniale la cui testiera poggiava sulla grande vetrata che occupava buona parte della parete, mentre io e Lila ci dividemmo la cameretta di fronte, con un letto a castello che poteva a malapena reggere il nostro peso, ma che almeno si trovava a debita distanza dall’ampia finestra.

Non ero particolarmente amante delle vetrate senza tende o serrande; mi ricordavano un occhio senza palpebre, perennemente vigile, attento scrutatore di qualsiasi movimento, e quella casa ne aveva fin troppe per i miei gusti.

Da ultimo, Klaus dovette accontentarsi del divano letto al piano terra, dove le vetrate avevano sostituito due delle pareti.

Impazienti di metterci all’opera, sistemammo le nostre postazioni. La sala era abbastanza grande da poter lavorare e creare tutti insieme, tenendoci compagnia a vicenda.

Alis piazzò computer, cuffie e pianola in miniatura su un lato del tavolo della cucina, un open space separato dalla sala unicamente dal divano, e io occupai l’altro con il mio PC, tablet e raccoglitore gonfio di appunti, foto e riassunti per un romanzo a cui lavoravo ormai da mesi. Lila, invece, sistemò con cura il suo cestino di vimini pieno di gomitoli, uncinetti e ovatta al centro del divano, per poi accoccolarsi accanto a esso come un gatto, rannicchiata contro il bracciolo imbottito, e Brendan prese posto dal lato opposto, infilandosi le cuffiette nelle orecchie e tirando fuori il cellulare su cui iniziò subito a editare uno dei suoi workout, o qualsiasi cosa pubblicasse su TikTok (confesso di non averlo mai seguito).

Infine, Klaus piazzò il suo cavalletto proprio davanti alla vetrata esposta a ovest, così da dare le spalle alla porta d’ingresso e stare rivolto verso di noi, dichiarando che da lì aveva “la vista migliore”. Vista su cosa, non ne ho idea, ma era lui l’artista.

Dovevo riconoscerlo: la nostra reciproca compagnia, il rumore della tastiera, del carboncino di Klaus sulla tela, il brusio che usciva dalle cuffie di Alis e Brendan, e il leggero fruscio del gomitolo di Lila che ogni tanto rotolava giù dalla sua pila erano estremamente congeniali alla creatività.

Avevo da almeno due anni l’ambizioso progetto di scrivere un libro tutto mio, col mio nome sulla copertina dopo anni di ghostwriting, e negli ultimi mesi avevo deciso di mettermici a lavorare sul serio… con risultati a dir poco deludenti.

Quel pomeriggio, riuscii finalmente a buttare giù addirittura un intero ipotetico prologo e mezzo primo capitolo.

Avevo appena alzato il capo dallo schermo per raddrizzare la schiena e dare un po’ di sollievo ai muscoli quando le luci si spensero di colpo, ma non ebbi il tempo di reagire che già erano tornate.

Nessun altro sembrava aver notato nulla, tutti sembravano completamente persi nel proprio mondo, soprattutto Klaus, che stava scarabocchiando furiosamente sulla sua tela, con un’espressione talmente assorta da sembrare quasi spiritata.

Rassicurata dalla loro calma, feci spallucce e tornai a scrivere, sorridendo ad Alis che aveva appena sollevato lo sguardo.

“Torniamo a noi”, mi dissi, riprendendo la mia descrizione del killer che osservava l’ignaro gruppo di adolescenti da un angolo buio del giardino, come se la finestra illuminata fosse un enorme schermo cinematografico. Rabbrividii per un attimo.

Forse scrivere un thriller non è esattamente l’idea migliore, quando il coraggio non rientra tra le tue qualità principali e sei facilmente suggestionabile da ciò che tu stessa stai scrivendo, ma ormai ero in ballo, non potevo non ballare.

Qualche minuto dopo, Brendan sussultò violentemente, facendo fare un balzo anche a me e Lila che subito ci voltammo verso di lui, e iniziò a sbraitare di aver sentito qualcosa su una spalla, sicuramente qualche insetto che ora era sparito chissà dove.

A quelle parole, Lila fece una smorfia e la vidi tirare impercettibilmente il cestino a sé come uno scudo, il che mi fece soffocare un sorriso.

Rientrata l’emergenza, tornammo a concentrarci, se possibile, ancora di più.

Le mie dita volavano sulla tastiera a un ritmo mai avuto prima, con le parole che fluivano senza alcun intoppo dalla mia mente alla pagina. La festa era al suo clou, e il killer era sempre più vicino, riusciva a vedere i sorrisi dei ragazzi dietro la finestra, percepiva il vetro che vibrava coi bassi della musica, l’alcol che strabordava dai bicchieri di carta a buon mercato… Presto le macchie sulla squallida moquette non sarebbero più state di semplice birra.

Lila strillò sbarrando gli occhi, il volto rivolto alla vetrata a est, e il mio cuore minacciò di fermarmisi nel petto, come a un sonnambulo che viene svegliato nel mezzo di un sogno. Mi voltai di scatto, ma non riuscivo a scorgere nulla nel buio che ci circondava… Deglutii, cercando di districare la mia mente dalla scena che avevo appena finito di costruire.

Fantasia e realtà. Dovevo tenerle distinte.

Brendan e Alis stavano chiedendo a Lila che cosa avesse visto, e lei scosse la testa con fare tremante, scusandosi. Le era sembrato di vedere qualcosa muoversi fuori, ma era solo un ramo mosso dal vento illuminato dalla luna.

La nostra risata tesa ci si bloccò in gola, perché proprio in quel momento scorgemmo tutti lo stesso movimento al limitare del bosco. Vento. Solo il vento, e se ti senti osservata è perché sei ancora immersa nella realtà che stavi descrivendo.

Forse dovevo interrompere e cominciare un’altra scena, possibilmente una d’amore tra la detective e il principale indiziato; mi avrebbe sicuramente messa di un umore migliore. “Meglio fare una pausa,” suggerì Alis con un filo di voce, leccandosi le labbra con fare nervoso.

Klaus smise finalmente di disegnare, e quando alzò lo sguardo su di noi, per un attimo mi parve disorientato, come se non ricordasse dov’eravamo. Conoscevo bene quella sensazione; l’arte può essere completamente alienante quando ti lasci divorare da lei. “Una pausa, sì. Scongeliamo le pizze?” propose, raggiungendoci in cucina.

Spostai le mie cose e le sostituii con una delle tovagliette recuperate in un cassetto, aiutando Brendan ad apparecchiare.

Nel farlo, non feci caso al fatto di aver lasciato sbloccato il computer, almeno fino a quando Lila non mi chiese il permesso di sbirciare ciò che avevo scritto.

Non sono mai stata il tipo che tiene le proprie bozze per sé, così accettai di buon grado, attendendo le sue opinioni. Lila era stata una delle mie prime lettrici, dopotutto, ed era sempre entusiasta di–

“Ehm,” la sentii dire con voce flebile, e subito mi voltai verso di lei.

“Che c’è, non ti piace? È un po’ diverso dal solito, ma–”

Mi interruppe scuotendo la testa, il volto fin troppo pallido per la scena che avevo descritto. Mi avvicinai a lei, cercando di capire cosa potesse averla spaventata tanto, ma invece delle quattromila parole che ero sicura di aver scritto, solo una frase occupava le pagine, ripetuta ancora e ancora…

“È uno scherzo?!” sussurrò Lila di fianco a me, stringendosi le braccia attorno al busto. Io rimasi pietrificata. Anche gli altri si erano radunati attorno a noi per capire cosa succedesse.

Avrei tanto voluto risponderle di sì, ma le mie parole ci fissavano inesorabilmente dal monitor:

C’era qualcosa là fuori. E ci stava osservando da tempo, ormai. C’era qualcosa là fuori. E ci stava osservando da tempo, ormai. C’era qualcosa là fuori. E ci stava osservando da tempo, ormai. C’era qualcosa là fuori…

Un colpo secco alla finestra più vicina ci fece alzare di scatto lo sguardo, in tempo per vedere un volto bianco, sporco, con la schiuma alla bocca e privo di occhi apparirvi urlando, per poi sparire appena Klaus corse a chiuderla con un colpo secco.

“Le finestre,” ci disse ansimando. “Dobbiamo bloccare tutte le finestre… credo che voglia entrare.”

Corremmo in cinque direzioni diverse, in preda a diversi stadi di paura e disperata determinazione. Finalmente, ci riunimmo di nuovo tutti in sala, affannati e tremanti, ma con la certezza di aver chiuso ogni possibile accesso.

Nessuno di noi osava fiatare o guardare verso le finestre.

Qualsiasi cosa fosse lì fuori, non demordeva… continuava a comparire dietro ogni vetro, sbattendo e urlando per attirare la nostra attenzione.

Le luci lampeggiarono una, otto, cinque, due volte… fino a spegnersi. I vetri esplosero come le nostre grida.

Sobbalzai sulla mia sedia e spalancai gli occhi, guardandomi intorno.

Alis stava ascoltando la sua canzone, ormai completa, che riuscivo a sentire dalle sue cuffie.

Lila stava attaccando l’ultimo occhio al suo amigurumi giallo.

Brendan sorrideva e annuiva soddisfatto del suo video appena postato e già virale.

Klaus si stava pulendo le mani sui jeans logori e rimirava il suo capolavoro, accigliato. Possibile che mi fossi addormentata? Che avessi dormito così profondamente da avere avuto un incubo, e che nessuno se ne fosse accorto?

Presi un respiro tremante e mi sforzai di calmarmi. L’orologio all’angolo del mio PC segnava ancora le 18:52 e la batteria era quasi a terra. Mi alzai per prendere il caricatore dalla borsa, vicino all’ingresso, proprio dietro Klaus, che mi lanciò uno sguardo quando gli passai vicino… sembrava nervoso, ma non era raro che fosse strano con me. Gli feci un piccolo cenno e mi accovacciai per frugare nella borsa.

Quando mi rialzai, sebbene una parte di me non volesse farlo perché avevo deciso che non mi importava più niente di lui o della sua arte, non potei fare a meno di lanciare un’occhiata al suo dipinto.

Eravamo noi quattro, visti dalla sua prospettiva. Era sempre stato bravo coi ritratti, e aveva colto perfettamente le nostre espressioni assorte, e ogni singolo dettaglio della stanza era talmente realistico da ricordare una fotografia.

Una terrificante fotografia di quattro ragazzi completamente assorti nella loro arte, troppo persi nel loro mondo per accorgersi della creatura che si stagliava sulla soglia della stanza, riflessa nel vetro della finestra.

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