In un mondo che cura il sintomo e ignora la causa, il disagio mentale dilaga come un’epidemia silenziosa. Ansia, depressione e ritiro sociale rivelano un malessere radicato nella solitudine e nella pressione costante. Le fragilità vengono represse, i legami svuotati, le emozioni ignorate. Non siamo malati: siamo soli, disorientati, lasciati indietro
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Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2030 la depressione sarà la malattia cronica più diffusa come un’epidemia contagiosa. Ma non c’è solo la depressione. Ci sono forme emergenti del disagio psichico che non erano così rilevanti nella psicopatologia del ‘900: disturbi di panico, disturbi borderline, disturbi ossessivo-compulsivi, disturbi del comportamento alimentare, fenomeni di ritiro sociale.
Che significato assume l’imperare di questo contagio? Come scriveva Mark Fisher, la biologizzazione e la farmacologizzazione del disagio psichico sono tra le questioni più rilevanti, profonde e politiche della nostra era, in questa «società degli individui», come sembra opportuno denominare la civiltà ipermoderna neoliberale, quella che prese corpo definito negli anni ‘80 all’insegna del motto thatcheriano: «Non esiste nulla che possa definirsi società. Esistono gli individui, i singoli uomini e le singole donne, ed esistono le famiglie».
Nella narrazione egemone della società contemporanea, la natura relazionale e sociale della persona umana svanisce: si eclissa la sua storia, la sua parola. Si dissolve la complessità della persona, ridotta a un individuo de-privato della sua natura relazionale; e l’individuo viene ulteriormente ridotto alla sua dimensione funzionale. Ciascuno viene ridotto al suo sintomo, per ogni sintomo c’è una diagnosi, e per ogni diagnosi c’è una “cura” farmacologica. In questa narrazione, il disagio psichico è effetto di cause biologiche, nasce da un cervello guasto, motore in avaria da riparare, e la riparazione avviene intervenendo con uno psicofarmaco.
L’incremento del disagio mentale rispecchia le crescenti pressioni economico-sociali e ambientali: diventiamo sempre di più una società accentuata da fattori di inquietudine ove le aspettative di serenità, già ingannate dal consumismo, sono ancor più allontanate dal vivere in un’epoca di rapide metamorfosi e insicurezze, in cui le persone sono sopraffatte dalle sfide ordinarie come l’accelerazione dei ritmi di vita, l’iperconnessione e la pressione per il “successo”.
Instabilità economica, miseria e discriminazione hanno un impatto distruttivo sul benessere interiore: tutti fattori che, oggi, si accompagnano alla carenza di supporti adeguati che danno origine a un senso di smarrimento e afflizione. Il problema dell’aumento del disagio mentale è un fattore profondamente sociale che non può essere certo affrontato con qualche pillola!
Tematiche che vengono affrontate in Joker (regia di Todd Phillips, 2019, film vincitore di Leone d’Oro, un BAFTA, un Golden Globe, un SAG), interpretato da un superlativo Joaquin Phoenix (premiato con l’Oscar come miglior attore protagonista agli Academy Awards 2020).
Utilizzando elementi della trama della graphic novel Batman: The Killing Joke il regista descrive un personaggio affetto da una malattia mentale e dal nichilismo che culmina con la nascita di un alter ego, “Joker”, che dà vita ad una violenta rivoluzione controculturale avverso la società, il perbenismo e il pregiudizio.
Il film può sembrare un noir sporco ma cela una spietata indagine sulla psicologia umana dal disturbo fino alla psicopatia più crudele.
Nel film il protagonista è cresciuto in un contesto spogliato a tutti i livelli: affettivo, emotivo, economico, sociale. Non ha avuto alcun punto di riferimento, nessuna valida figura con la quale identificarsi. Da qui la sua incapacità a instaurare legami stabili, relazioni solide. La patologia della madre lo ha costretto a crescere senza alcun tipo di accudimento o rêverie. Nessun accesso alle emozioni, scarsa empatia.
Oggi potremmo paragonare il personaggio di Joker a un Hikikomori, fenomeno esploso negli anni ’80 in Giappone, la cui caratteristica principale è la sfiducia nelle persone o l’incapacità di fidarsi. Senza fiducia, i “pazienti” tendono a sentirsi insicuri o non protetti e sopprimono sentimenti o pensieri autentici nelle relazioni interpersonali per paura del rifiuto o di ricevere critiche.
Varie sono state le interpretazioni che si sono avute al riguardo: c’è chi ha collegato il disagio di queste persone a un trauma emotivo per l’inibizione di un sé vero finalizzato ad assumere un ruolo di rassegnazione in famiglie disfunzionali: la loro incapacità di fidarsi o di sentirsi al sicuro potrebbe essere quindi legata al senso di sfiducia verso i genitori, che ha creato una condizione di abbandono emotivo.
Da un punto di vista psicosociale, invece, il comportamento di questi giovani può essere interpretato come un modo per evitare le pressioni della società, della scuola e dei genitori o la difficoltà di accesso al mercato del lavoro causata dai cambiamenti economici che penalizzano le giovani generazioni. Il comportamento degli Hikikomori sarebbe quindi un atto di ritiro dai vincoli di tempo e spazio socialmente condivisi tale da raggiungere una forma di protesta silenziosa contro la società, che li porta a rinunciare al proprio status sociale.
In un’ottica individuale, infine, gli Hikikomori sembrano aver vissuto periodi di mancata integrazione nel gruppo dei pari, con altrettanti episodi di bullismo che condurrebbero i soggetti a ritirarsi volontariamente per evitare l’ampliamento del senso di oppressione e di risentimento. Il ritiro è dunque vissuto come un meccanismo di difesa che consente di creare uno spazio mentale (e fisico) dove poter rimanere calmi, dove l’assenza di rapporti con altri evita situazioni di allerta e dove la possibilità di creare un ambiente sul quale avere un controllo onnipotente può ridurre la frustrazione e i rischi di frammentazione dell’Io e di ansie depressive.
Si sente parlare spesso di “salute mentale”.
Salus, salvezza. Quale salvezza? Esistono forse i “sani”, col motore mentale a posto, e i “malati” col motore rotto? Questa è un’allucinazione. Non bisognerebbe, probabilmente, parlare di salvezza perché nessuno è salvo, mai: non esiste il bianco o nero nell’esistenza. La salvezza non ci salva dalla nostra precarietà, ci lascia comunque esposti ai pericoli e ai rischi del transitare nel mare della vita. Oggi, in questa società siamo fragili. Occorrerebbe riprendere un cammino, sapere dove andare, costruire una direzione. La salute mentale ci può restituire la possibilità di tracciare autonomamente un progetto individuando un orizzonte da condividere.

Manuela Ruggi è un concentrato di energia e buonumore! Ama girare il mondo con la curiosità di un’esploratrice e immergersi in nuove culture come fossero romanzi tutti da leggere. Si diverte a districare i fili delle questioni che fanno girare il nostro pianeta e a esplorare le regole del gioco sociale. È convinta che il cervello vada usato e allenato, non lasciato lì a prendere polvere! Sta ancora facendo pace con l’idea che, a volte, bisogna lasciar andare… ma ci sta lavorando, promesso!
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Bellissimo articolo, molto rispondente al disagio dei giovani di oggi
Condivido in pieno le sue riflessioni sulle fragilità dei nostri tempi …
” E’ normale!” “Come stai? Bene!” ” Non mi scocciare!” “Non ho voglia!” Queste alcune delle ricorrenti espressioni degli individui, grandi e piccoli, della società postmoderna di oggi. Appagato, o quasi, nei bisogni voluttuari da una società iperconsumistica, l’umano è solo quando è in compagnia ed è in compagnia quando è solo col suo strumento fra le mani intente a cliccare per S.M.S insipidi e preconfezionati. Ecco da dove nasce la solitudine e l’isolamento dell’individuo nel XXI secolo. Dal linguaggio, innanzitutto. La socialità richiede capacità espressive e disponibilità anche all’ a s c o l t o, a volte anche del s i l e n z i o . LE PAROLE, LE ESPRESSIONI DEVONO ESSERE PROIETTATE VERSO LA COMUNICAZIONE E DEVONO ESSERE SIGNIFICATIVE! Oggi sempre meno ci si sa esprimere: il lessico è andato impoverendosi negli ultimi vent’anni in maniera impressionante. Secondo alcuni studi scientifici, oggi un individuo non possiede più di settecento elementi lessicali utili ( nel più recente passato non erano mai meno di millecinquecento!)e, quindi, non è in grado di esprimere un sentimento, un’emozione, un giudizio con pienezza e precisione. Non meravigliamoci, quindi, se ‘attività cerebrale impigrisce e si atrofizza con conseguenze psicosociali di crescente gravità. Grazie per l’ottimo spunto di riflessione offertomi da questo articolo.