In un mondo segnato dall’incertezza, l’adolescenza è il crocevia di temi urgenti: incel, bullismo e crisi dell’autorità che travolge scuole e famiglie. Con Galimberti a fare da bussola, l’articolo indica nelle life skills dell’OMS una possibile via di salvezza, mentre gli influencer — spesso cattivi maestri — confondono la rotta
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Adolescence è una serie TV britannica, composta da 4 episodi, disponibili su Netflix da marzo 2025. La storia segue il caso di omicidio di un’adolescente, Katie, di cui è accusato un compagno di classe di 13 anni, Jamie Miller. La serie esplora gli effetti del bullismo, del cyberbullismo e della cultura “incel” sui giovani.
La serie si concentra sulle indagini della polizia, guidate dall’ispettore Bascombe, e sul rapporto tra Jamie e la sua famiglia, in particolare con il padre Eddie. Ogni episodio è ambientato in un momento e luogo specifici e segue le conseguenze della tragedia attraverso un unico piano-sequenza.
Adolescence è il micro-macro link del 2025, che porta al centro dell’attenzione un momento della coscienza collettiva attualissimo: la distanza spaziotemporale tra il mondo degli adolescenti e il mondo degli adulti.
Lo sconcerto profondissimo dei genitori di Jamie esplode quando, entrando nella stanza del figlio che credevano al sicuro davanti al computer, scoprono invece che proprio lì lui si avventurava su sentieri pericolosi ispirati dal web, in cui finiva per perdersi e per fare del male — a sé e agli altri.
Quindi chi crea i “sentieri maledetti”? Chi sono i cattivi maestri del nostro tempo? Chi si sostituisce alla canonica educazione del catechismo e delle buone maniere? Cosa succede nei giovanissimi di Adolescence? Perché non avviene il buon passaggio del testimone tra le generazioni?
Oggi i giornali parlano spesso della crisi di autorevolezza da parte delle figure di riferimento della scuola, con i professori che si sentono dire dagli studenti: “Chi sei tu per darmi degli ordini; io non credo nella tua autorità!” E quale risposta diamo a queste ragazze e a questi ragazzi?
Il filosofo Umberto Galimberti pone all’età di 12 anni il momento critico in cui il neo-adolescente sposta l’attenzione dalla ricerca del consenso genitoriale alla ricerca del riconoscimento da parte del gruppo di coetanei, spinto dal nuovo assetto ormonale che si va formando ed evoca le nuove emozioni legate alla sessualità.
Oggi più che mai, tra lo scroll compulsivo delle chat, dei social e di YouTube, le nuove generazioni cercano risposte. Se non le trovano in famiglia o a scuola, rischiano di affidarsi al “messia sbagliato”, magari quello più indicizzato del momento, pur di sfuggire alla paura più grande: rimanere isolati o esclusi.
Entrano in gioco, ad esempio, nella serie Adolescence, alcuni influencer che diffondono ideologie come quella degli “incel” (contrazione di involuntary celibate, “celibi involontari”). Secondo questa visione maschilista, l’80% delle donne sceglierebbe il 20% degli uomini, condannando gli altri all’emarginazione e al celibato.
Nel momento in cui “qualche rumoroso influencer” riesce a entrare in assonanza con la personalità in formazione del giovane individuo alla ricerca di un’identità, in modo da farlo sentire incluso in un gruppo e in un progetto, il giovane tenderà a seguirlo, perché ne trae motivazione per andare avanti, anche su una strada pericolosa e sbagliata.
Tra il tanto “rumore di fondo degli influencer”, quindi, dobbiamo essere in grado di cogliere il “segnale della propaganda giusta”, che è quella che parla di “autoconsapevolezza”.
Nel 1993 l’OMS ha prodotto il documento “Life Skills Education for Children and Adolescents in Schools”, cioè un decalogo in cui si sintetizzano le capacità straordinarie che abbiamo come essere umani, a partire dalla comunicazione, che è la tecnologia più evoluta dell’universo e non ne siamo consapevoli.
Il fatto che oggi non ci sia traccia, nel dibattito sull’educazione familiare e scolastica, di questo documento la dice lunga su quanto “il diritto all’autocoscienza del proprio corpo” non sia ancora tutelato dai nostri sistemi politici e su come ciò renda tutti noi vulnerabili a seguire “la propaganda sbagliata”, nel senso di “propaganda inconsapevole”.

Andrea Ciavaglia è un fanese classe ’81. Dopo il diploma al Liceo Classico, si dedica agli studi sanitari e, dopo la laurea in medicina, entra nella rete della medicina del territorio. Dalle guardie mediche nella provincia di Pesaro e Urbino, giunge alla medicina generale, dove scopre inaspettatamente che “il corpo umano è una macchina quantistica che va a sangue”. Comincia così per lui un nuovo viaggio, dentro sé stesso, da fare assieme… perché “non è la storia che spiega il corpo… ma è il corpo che spiega la storia”.
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