Michael: una storia poco “thriller”

“Michael” promette di raccontare l’uomo dietro il mito, ma finisce per restare prigioniero della sua stessa venerazione. Tra performance ricostruite con cura, un Jaafar Jackson sorprendente e un tono costantemente celebrativo, il film sfiora le zone più dolorose della storia di Michael Jackson senza mai attraversarle davvero. Ne resta un biopic elegante ma innocuo, più omaggio che indagine, più superficie che verità

C’è un paradosso al cuore di ogni biopic su un artista leggendario: più il soggetto è grande, più il film rischia di essere piccolo. Perché raccontare un mito richiede il coraggio di avvicinarsi alla sua umanità, alle crepe, alle contraddizioni, alle zone d’ombra che nessun comunicato stampa ha mai voluto illuminare. Richiede, in altre parole, di trattarlo come una persona. Ed è esattamente questo coraggio che Michael non trova mai.

La storia parte dalla metà degli anni Sessanta, con la formazione dei Jackson 5 e la giovinezza di un bambino prodigio cresciuto sotto il peso di un padre che era prima di tutto il suo manager. Il rapporto tra Michael e Joseph Jackson è uno dei materiali drammatici più ricchi che la vicenda offre: un legame segnato dalla manipolazione, dall’ambizione altrui fatta pesare sulle spalle di un figlio, dalla fame di successo che non lasciava spazio all’infanzia. Il film lo intravede, lo sfiora, poi lo abbandona. Come se avesse paura di quello che potrebbe trovare scavando davvero.

È un’occasione sprecata che si ripete a ogni capitolo della storia. La solitudine di un bambino già famoso che non sa cosa significhi avere amici veri. L’adolescenza rubata dal dover andare sempre in scena. L’uomo adulto che costruisce una versione privata dell’infanzia che non ha mai vissuto, circondandosi di animali e giostre come chi cerca di recuperare qualcosa di irrecuperabile. Il disagio profondo di chi è stato trattato come prodotto prima ancora di capire di essere una persona. Tutto questo è lì, disponibile, potenzialmente devastante, e il film lo sfiora con la delicatezza di chi non vuole rompere nulla, trasformando il disagio in folklore e la sofferenza in aneddoto.

Quello che occupa il suo posto è il catalogo delle performance. Le canzoni, le coreografie, i concerti, restituiti con cura tecnica evidente ma con la funzione di un greatest hits visivo più che di un racconto. Il pubblico conosce già quelle canzoni, quelle mosse, quella voce. Ciò che non conosce — ciò che un biopic dovrebbe avere il privilegio e la responsabilità di esplorare — è l’uomo che le portava in scena, con tutto il suo peso di contraddizioni irrisolte. Il film preferisce il palco alla stanza, la performance alla persona, lo spettacolo al silenzio.

In questo deserto di profondità, Jaafar Jackson, nipote di Michael, emerge come la cosa più autentica dell’intera operazione. La somiglianza fisica è già di per sé sbalorditiva, ma sarebbe poco se non fosse accompagnata da una padronanza del movimento che va oltre la semplice imitazione: le movenze, la scioltezza, il modo in cui il corpo occupa lo spazio sul palco sono restituiti con una fedeltà che in certi momenti toglie il fiato. È un lavoro fisico straordinario. Peccato che il film non gli offra quasi mai la possibilità di fare qualcosa di più, di mostrare l’interno oltre che l’esterno, la fragilità oltre che la grazia. Anche lui, come tutti gli altri, finisce per fare il compitino.

Il problema più grave di Michael è però il tono, quel registro celebrativo e ininterrotto che trasforma la biografia in agiografia, il racconto in omaggio, il cinema in pubblicità. Dall’inizio alla fine, il film eleva il suo soggetto su un piedistallo dal quale non lo fa mai scendere. Ogni scena sembra progettata per confermare la grandezza di Jackson piuttosto che per interrogarla. Ma è un procedimento che ottiene l’effetto opposto a quello cercato: più si idolatra, meno si capisce. Più si celebra, meno si sente. Sono i difetti a rendere umani gli esseri umani, sono le debolezze a rendere emozionanti le loro vittorie. Un Michael Jackson senza ombre non è Michael Jackson: è un logo.

Restano le canzoni, ovviamente. Restano le coreografie, e la prova fisica del protagonista. Ma un film su uno degli artisti più tormentati e famosi della storia del pop non può accontentarsi di essere un videoclip lungo due ore. Michael poteva essere un’indagine coraggiosa nell’anima di un uomo che non ha mai smesso di essere un enigma. Ha scelto di essere una celebrazione. Ed è proprio per questo che, alla fine, risulta così profondamente Bad.

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