Quando l’amore diventa possesso: il femminicidio di Giulia Cecchettin

«Se non è mia, non sarà di nessuno»: la frase che uccide le donne riassume la logica di possesso che ha portato Filippo Turetta a sequestrare e uccidere l’ex fidanzata Giulia Cecchettin, dopo mesi di controllo ossessivo, minacce e messaggi compulsivi. L’articolo ricostruisce la relazione malata, la premeditazione dell’omicidio, la fuga e il successivo arresto, fino alla condanna all’ergastolo. Ma soprattutto mostra come questo femminicidio non sia un “caso isolato”, bensì l’esito di una cultura che scambia l’amore con il dominio e il rispetto con il controllo

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La storia di Filippo Turetta e Giulia Cecchettin è un altro dei tanti, troppi esempi di come una relazione malata, totalizzante e ossessiva possa trasformarsi in una tragedia in un giorno qualunque. Una delle troppe storie in cui l’uomo fa della donna un oggetto, e il possesso di quell’oggetto diventa l’unico scopo della sua vita, al punto che, se l’oggetto sfugge di mano, tanto vale distruggerlo, perché se non è suo non deve essere di nessun altro.

Giulia Cecchettin, ventiduenne di Vigonovo, provincia di Padova, giovane studentessa di ingegneria biomedica all’Università di Padova, ha conosciuto Filippo Turetta, suo coetaneo, nello stesso ambiente universitario. Tra i due nacque una relazione durata circa un anno, fino all’agosto 2023. I due hanno continuato poi a vedersi saltuariamente, nonostante Filippo diventasse sempre più possessivo, arrivando persino a minacciarla di suicidarsi se l’avesse persa. Giulia, una ragazza di animo buono e altruista, che di lì a poco avrebbe dovuto sostenere la tesi di laurea, continuava a frequentarlo temendo che lui avrebbe potuto davvero compiere un gesto estremo.

La storia è continuata fino all’11 novembre 2023. Quel giorno Giulia è uscita di casa verso le 18 per recarsi con Filippo in un centro commerciale di Marghera, il “Nave de Vero”, per acquistare degli indumenti in vista dell’imminente discussione della tesi. I due hanno cenato al fast food del centro commerciale verso le 21, poi sono ripartiti in auto e, da quel momento, più nulla. Il giorno dopo il padre di Giulia, Gino Cecchettin, ha denunciato la scomparsa della figlia e, da lì in poi, la drammatica sequenza degli eventi è stata ricostruita grazie a testimonianze e ai video delle numerose telecamere poste lungo il folle percorso compiuto da Turetta.

Il giorno successivo alla scomparsa, una persona ha contattato la famiglia Cecchettin raccontando di aver assistito, la sera precedente, a una violenta lite tra un uomo e una donna di fronte alla propria abitazione, in un parcheggio di Vigonovo, e di aver chiamato i carabinieri. Questi, però, non erano potuti intervenire subito a causa di altre richieste di intervento contemporanee. La svolta è arrivata grazie alla telecamera di un calzaturificio di Fossò, comune confinante con Vigonovo, che ha ripreso un uomo colpire violentemente una donna e poi caricare il corpo esanime nel bagagliaio di un’auto. Sul luogo sono accorsi gli inquirenti, che hanno ritrovato a terra un coltello con una lama di 21 centimetri e, tutto attorno, una cospicua quantità di sangue. Questo è stato decisivo per emettere un mandato di arresto europeo per Filippo Turetta per sequestro di persona e omicidio volontario.

Nel frattempo l’auto di Turetta è stata immortalata da numerose telecamere: dal Veneto al Friuli, poi in Trentino-Alto Adige, fino all’Austria. Le ricerche si sono concentrate in Friuli Venezia Giulia, in provincia di Pordenone, dove si segnalava un’anomalia nel percorso dell’auto, come se avesse sostato a lungo in un luogo prima di proseguire verso il confine. È stato proprio lì che, il 18 novembre 2023, una squadra cinofila della Protezione civile del Friuli Venezia Giulia ha individuato il cadavere di Giulia Cecchettin, adagiato in un anfratto roccioso nel bosco, nei pressi del lago di Barcis, ricoperto di sacchi di plastica neri e con a fianco numerosi oggetti.

Le indagini condotte dai carabinieri hanno evidenziato che Giulia era stata colpita con numerose coltellate alla testa e al collo – settantacinque secondo gli accertamenti – ed era morta dissanguata. La sera stessa, la polizia tedesca ha arrestato Filippo Turetta in Germania, mentre era fermo sulla corsia d’emergenza dell’autostrada A9, in direzione Monaco di Baviera, tra Bad Dürrenberg e lo svincolo Rippachtal, con l’auto rimasta senza benzina.

Nella sua confessione Turetta ha ricostruito l’accaduto. I due hanno litigato al rientro dal centro commerciale, nel parcheggio vicino a casa di Giulia a Vigonovo, la sera dell’11 novembre. Filippo voleva a tutti i costi continuare la relazione e in macchina aveva uno zaino pieno di regali per Giulia, ma lei, quella volta, era risoluta a chiudere definitivamente e a guardare avanti. Filippo non si rassegnava: hanno iniziato a litigare e Giulia ha ricevuto la prima coltellata. È riuscita a fuggire, ma Filippo l’ha raggiunta in auto e l’ha portata nella zona industriale di Fossò, dove è avvenuta la seconda e più violenta aggressione. Qui Turetta ha inferto a Giulia 75 coltellate, poi ha caricato il corpo esanime in auto e da lì è iniziata la sua folle corsa verso nord.

Lungo il tragitto, all’altezza della zona di Barcis, in provincia di Pordenone, ha abbandonato il corpo di Giulia gettandolo in un canalone e ricoprendolo con sacchi dell’immondizia. In quel punto ha gettato anche alcuni oggetti, tra i quali un libro che voleva regalarle, intitolato Anche i mostri si lavano i denti, un albo illustrato per l’infanzia che gli inquirenti ritroveranno accanto al cadavere. Poi ha ripreso il viaggio, ha oltrepassato il confine con l’Austria, è arrivato fino in Germania, dove la sua fuga si è conclusa sulla corsia d’emergenza dell’autostrada A9, con l’auto rimasta a secco. È stato segnalato alle forze dell’ordine dal proprietario di un distributore, dove Filippo aveva pagato con una banconota sporca di sangue.

Nella sua confessione Turetta ha raccontato che, durante la fuga in macchina, avrebbe tentato più volte il suicidio, senza però riuscirci. La cosa forse più sconvolgente è ciò che i carabinieri hanno ritrovato nel suo cellulare: una lista di oggetti da procurarsi e di azioni da compiere per sequestrare e uccidere Giulia. Frasi del tipo: «fare il pieno», «controllare sportelli», «lacci di scarpe», «sacchetti immondizia», «nastro adesivo», «legare sopra caviglie e sopra ginocchia», «spugna bagnata in bocca», «coltello». Un omicidio premeditato, dunque: un piano studiato nei minimi dettagli, dall’uccisione di Giulia alla fuga.

Storia di una relazione malata, di cui è testimonianza anche il numero impressionante di messaggi che Filippo ha inviato a Giulia: oltre 225.000 in meno di due anni, dal gennaio 2022 all’11 novembre 2023, circa trecento al giorno. In quei messaggi emergeva tutta l’ossessività di Filippo nei confronti di Giulia: si adirava se lei usciva con le amiche, pretendeva che rallentasse i suoi studi perché non poteva laurearsi prima di lui (Giulia, infatti, era avanti con gli esami rispetto a Filippo), pretendeva che gli tracciasse la giornata istante per istante. La perseguitava tutti i giorni e in ogni momento, e tutte le reazioni di Giulia venivano annotate in modo compulsivo nel suo diario e nelle note del telefono.

Il processo a Filippo Turetta è iniziato il 23 settembre 2024, davanti alla Corte d’Assise di Venezia, con rito immediato, dopo la rinuncia al rito abbreviato inizialmente richiesto. Era accusato di omicidio volontario aggravato da premeditazione, crudeltà, efferatezza, stalking, sequestro di persona e occultamento di cadavere. Il 25 novembre 2024, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, il pubblico ministero Andrea Petroni ha chiesto la pena dell’ergastolo. Il 3 dicembre 2024 la Corte d’Assise di Venezia ha condannato Turetta all’ergastolo in primo grado, riconoscendo le aggravanti della premeditazione, del sequestro di persona e dell’occultamento di cadavere, e rigettando invece quelle di stalking e crudeltà.

Quasi come se settantacinque coltellate inferte a un corpo inerme non rappresentassero crudeltà. Ma, al di là delle sottigliezze giuridiche, poco conta: Giulia ha avuto giustizia, almeno sul piano formale. Il suo sguardo dolce, la sua felicità e la sua gioia di vivere, però, nessuna sentenza e nessuna legge potranno mai restituirli.

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