Nel labirinto di Garlasco: qual è la verità sul caso Poggi?

Suole, dispenser di sapone, impronte: tra prove fragili e perizie controverse, una mattina d’agosto del 2007 apre un iter giudiziario complesso, dall’assoluzione alla condanna di Alberto Stasi, fino alla riapertura del 2025 con un nuovo indagato, Andrea Sempio. In queste pieghe si gioca una verità lenta, che non chiede romanzi ma metodo

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Garlasco, 13 agosto 2007. Una calda mattinata di mezza estate. Da una villetta del paese incastonato nell’alta Pianura Padana, Alberto Stasi, fidanzato di Chiara Poggi, chiama i carabinieri, comunicando di aver ritrovato il corpo senza vita della sua ragazza nella sua abitazione, immerso in un lago di sangue.

Chiara Poggi, 26 anni, originaria di Vigevano, laureata in economia all’Università di Pavia, viveva in una villetta a Garlasco, di proprietà della famiglia. Quel giorno era sola, in quanto la famiglia era in vacanza.

I carabinieri, giunti sul luogo dopo la segnalazione, trovarono una scena agghiacciante. Il pavimento era cosparso di sangue, sangue che imbrattava persino le pareti. Il corpo di Chiara era riverso sulle scale che conducevano alla cantina. Il volto, pieno di sangue, lasciava trasparire soltanto gli occhi, quegli occhi vitrei che sembravano supplicare qualcosa, quasi pietà per una giovane vita spezzata nel mezzo del suo fiorire, come una lama d’acciaio che si scaglia con tutta la sua ferocia nell’oasi bucolica di un prato fiorito. Ma non è stato un coltello a trafiggere la giovane Chiara, bensì un’arma contundente che non è mai stata trovata.

Alberto Stasi riferì ai carabinieri che aveva più volte provato a chiamare la fidanzata al telefono, ma lei non rispondeva; allora lui preoccupato si era recato nella villetta dove abitava, trovandola in quello stato.

L’autopsia eseguita sul corpo della ragazza stabilì che era stata uccisa tra le ore 11 e le ore 11:30 di quel 13 agosto.

Durante le indagini sono stati commessi diversi errori. Le scarpe che Stasi indossava furono sequestrate solo il giorno dopo; erano pulite e questo non combaciava con il fatto che il ragazzo avesse dovuto camminare per forza in una stanza cosparsa di sangue. Inoltre alcune delle impronte ritrovate sulla scena del crimine appartenevano agli stessi inquirenti, alcuni dei quali non indossavano i guanti; il gatto di casa Poggi fu lasciato libero di girare indisturbato inquinando il luogo del delitto e, non da ultimo, alcuni oggetti vennero posti sotto sequestro con colpevole ritardo.

Stasi venne prima assolto, poi nel 2013 la Corte di Cassazione decise di indire un nuovo processo. Durante una nuova perizia i periti stabilirono che vi fosse una possibilità su un milione di camminare sul pavimento di casa Poggi senza che sulle suole delle scarpe rimanessero tracce di sangue.

Osservando le foto scattate al momento del ritrovamento del corpo, si notò l’impronta di una mano insanguinata sul pigiama della ragazza. Questo indizio, unito all’impronta di Stasi sul dispenser del sapone nel bagno di casa Poggi, convinse il giudice che l’assassino avesse toccato Chiara dopo averla uccisa e si fosse poi lavato le mani. Alberto Stasi venne a quel punto condannato a sedici anni di carcere.

Il resto è storia dei nostri giorni: nel 2016 un’ulteriore perizia della difesa di Alberto Stasi stabilì che il DNA trovato sotto le unghie di Chiara apparteneva ad un conoscente della vittima. Conseguentemente a ciò la procura di Pavia aprì una nuova indagine che coinvolgeva un amico del fratello di Chiara, Andrea Sempio. Allora quell’inchiesta fu subito archiviata, ma nel marzo 2025 quello stesso fascicolo è stato riaperto con la consapevolezza che quel campione di DNA potesse essere utilizzato a fini giuridici.

Al centro dell’attenzione degli inquirenti, oggi, vi è anche la cosiddetta “impronta 33“, un’impronta palmare rinvenuta sul muro vicino al corpo della vittima e attribuita ad Andrea Sempio che, per questo ed altri indizi di colpevolezza, è stato iscritto nel registro degli indagati.

Di recente gli uomini del RIS di Cagliari hanno compiuto nuove analisi sulle tracce di sangue nella villetta di Garlasco che hanno portato ad escludere la pista investigativa secondo cui sarebbero stati due killer ad uccidere Chiara quel 13 agosto, per esempio Stasi in concorso con Sempio. In sostanza si ribadirebbe quanto affermato dai precedenti periti, cioè la presenza sul pavimento della villetta di una sola suola, identificata poi in un’impronta riconducibile a una taglia 42, compatibile con quella indossata da Stasi.

E forse è proprio qui, in questo incrocio di perizie, impronte, ipotesi e riaperture, che si misura la fragilità della nostra idea di verità: un orizzonte che avanza a piccoli passi, tra errori che pesano come macigni e nuove tecnologie che promettono di rischiarare zone d’ombra. Diciotto anni dopo, Garlasco resta una ferita civile prima ancora che giudiziaria, e ogni parola dovrebbe portare il peso della presunzione d’innocenza e della pietà per i vivi e per i morti: per Chiara, innanzitutto, e per una famiglia che chiede da allora una verità verificabile, non un racconto consolatorio.

Tocca alla giustizia parlare nei suoi tempi — lenti, imperfetti, ma necessari — e a noi sottrarci alla tentazione del romanzo criminale, custodendo la memoria e pretendendo rigore. Se una conclusione esiste, non sta nell’enfasi, ma nell’impegno a non smettere di cercare: perché la verità non è mai spettacolo, è responsabilità.

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1 commento su “Nel labirinto di Garlasco: qual è la verità sul caso Poggi?”
  1. La verità? La si ricerca affannosamente nelle cose e nelle persone, ma non la si trova. Solo mezze verità. Io mi domando (e non trovo risposta alcuna) : può un assassino vivere con un umano e logorante rimorso dentro? La coscienza può tacere? Si può continuare a vivere come se niente fosse? Ai posteri l’ardua sentenza.

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