Programmiamo l’iPhone, ma non l’intestino. Viviamo immersi in una cultura che ci rende esperti di tecnologia, ma analfabeti del nostro corpo. “Trainspotting” diventa così il paradigma visivo di una lotta quotidiana: quella tra consapevolezza biologica e dipendenza da tutto ciò che introduciamo in noi per sentirci meglio. Un invito urgente a rieducare la percezione corporea, a partire dall'infanzia
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Trainspotting è un film britannico del 1996 diretto da Danny Boyle, basato sull’omonimo romanzo di Irvine Welsh. La trama segue un gruppo di giovani eroinomani che vivono a Edimburgo, esplorando temi come la dipendenza, la povertà urbana e le relazioni umane. Il protagonista, Mark Renton (interpretato da Ewan McGregor), cerca di liberarsi dalla sua dipendenza e di trovare un nuovo scopo nella vita, ma è costantemente influenzato dai suoi amici e dall’ambiente che lo circonda.
Il film è stato acclamato dalla critica ed è considerato uno dei migliori film britannici degli anni ’90 ed uno dei più efficaci paradigmi cinematografici sulla tossicodipendenza mai realizzati.
Il micro-macro link collega questo film non solo con l’abuso di sostanze stupefacenti ma anche con la vita quotidiana di ciascuno di noi, poiché, come cantano i Baustelle, “che cos’è la vita senza una dose di qualcosa, una dipendenza”, la nostra attenzione quotidiana ricerca ogni giorno le stesse sostanze da introdurre per sostentare la propria routine di vita.
Feuerbach, filosofo ottocentesco, diceva “siamo quello che mangiamo” e in effetti, come esseri umani, traiamo la nostra energia dalle sostanze che assumiamo. Non siamo “macchine alimentate a corrente elettrica”, bensì siamo “un sistema di tubi”, che fornisce al nostro corpo e alla nostra mente una miscela sempre diversa di mediatori biochimici, che producono effetti completamente diversi sul pensiero e sulle azioni. Finiamo poi per abituarci a riprodurre lo schema causa-effetto che ci ha garantito in un certo qual modo la sopravvivenza, a partire dal mix di molecole che ha alimentato il nostro sistema il giorno precedente.
Trainspotting mostra lucidamente e dettagliatamente come sia possibile abituarsi anche ad essere alimentati da sostanze tossiche, che “stravolgono completamente il funzionamento di tutti i nostri tubi”, dall’intestino ai vasi sanguigni, ai microtubuli di nervi e muscoli.
Oggi più che mai quindi diventa importante parlare di ciò che mangiamo e di come digeriamo a partire dagli asili e dalle scuole elementari, perché siamo arrivati al paradosso di essere più bravi a programmare il nostro telefono, anziché il nostro intestino.
Stando davanti agli schermi di TV e cellulari, abbiamo sempre più l’illusione di funzionare allo stesso modo: come se bastasse premere un bottone (prendere una pillola) per dormire, svegliarsi o togliere il dolore. Ma noi esseri umani “andiamo a sangue” e non a corrente elettrica, per cui abbiamo bisogno di essere davvero consapevoli di ciò che introduciamo nei nostri “tubi”, senza abituarci ad assumere un veleno pensando di spegnere un disagio psicologico come se premessimo un interruttore. Finisce così che ci raccontiamo che la storia del tossicodipendente è anche la nostra, solo perché assomiglia a quella di un personaggio storico o letterario incontrato sul web.
Il diritto alla consapevolezza del proprio corpo dovrebbe essere garantito a ciascun individuo, poiché la comprensione del nostro essere “un mix biochimico che si trasforma attraverso il nostro sistema di tubi”, ci permetterà di sfuggire alle narrazioni devianti sulla tossicodipendenza e di comprendere gli effetti tossici che i veleni generano nel nostro sangue, rimettendo al primo posto la qualità di ciò che mangiamo e ciò che beviamo.
Il nostro corpo è il sensore più potente e tecnologico che sia mai stato creato, ma non sappiamo ancora utilizzarlo al meglio. Stressiamo invece troppo i nostri sistemi visivi e cognitivi per vivere al passo con il mondo delle idee, dominato dalle pubblicità, che nel 90% dei casi non sono in sintonia con il nostro corpo, il quale ci fa sentire la sua voce dissonante producendo sintomi.
La scena iconica della crisi di astinenza del protagonista di Trainspotting è la dimostrazione della lite che facciamo continuamente con il nostro corpo, quando, seguendo un’ideologia, non ascoltiamo i segnali che ci invia, finendo per fornirgli un impulso di adrenalina e dopamina tramite una droga, tale da bruciare letteralmente i neuroni coinvolti, per poi dover assumere benzodiazepine e alcol (quindi farsi un’anestesia totale) per spegnere il sistema mandato in cortocircuito.
Ripartiamo dalla visione di Trainspotting in famiglia e a scuola, per ricominciare a parlare con il nostro corpo e smettere di litigarci, ingannandolo con i falsi miti della pubblicità.
Chiudiamo invece gli occhi e ascoltiamo (“annusiamo”) il mix chimico che il nostro corpo ci suggerisce per stare bene e aumentiamo, con i mezzi di informazione, la consapevolezza di ciò che introduciamo in noi.

Andrea Ciavaglia è un fanese classe ’81. Dopo il diploma al Liceo Classico, si dedica agli studi sanitari e, dopo la laurea in medicina, entra nella rete della medicina del territorio. Dalle guardie mediche nella provincia di Pesaro e Urbino, giunge alla medicina generale, dove scopre inaspettatamente che “il corpo umano è una macchina quantistica che va a sangue”. Comincia così per lui un nuovo viaggio, dentro sé stesso, da fare assieme… perché “non è la storia che spiega il corpo… ma è il corpo che spiega la storia”.
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senza dubbio una tematica “da digerire bene”!