“Rental Family” esplora la solitudine contemporanea attraverso relazioni “a noleggio”, mostrando come il bisogno di affetto venga organizzato e reso funzionale. Senza giudicare, il film suggerisce che anche legami artificiali possano generare emozioni autentiche, invitando a riflettere su un disagio che non è una peculiarità culturale, ma universale
Uno dei miei “guilty pleasures” è andare al cinema scegliendo il film da vedere sulla base di poche sensazioni: il titolo della pellicola, la locandina, la soundtrack o, più banalmente, se i protagonisti sono attori che reputo all’altezza di un film scelto a scatola chiusa. Quando sono sprofondata sulla poltrona della sala per la visione di Rental Family (diretto da Mitsuyo Miyazaki), mi aspettavo una commedia tagliente e ironica sulle manie del popolo giapponese. Il mio intuito, stavolta, mi aveva giocato uno strano scherzo.
Si entra a gamba tesa nella vita di Phillip (B. Fraser), un attore che vive a Tokyo da otto anni, intento a fare una serie di provini. Diventato noto grazie a uno spot televisivo, oggi fatica a sbarcare il lunario e inizia a lavorare per un’agenzia che fornisce amici e familiari a noleggio. Phillip è un uomo profondamente solo, e questa esperienza si rivelerà per lui un’arma a doppio taglio.
Rental Family non racconta la solitudine in modo diretto, ma la osserva mentre prende forma, mentre viene organizzata e resa funzionale. Colpisce la normalità con cui il bisogno di contatto viene incanalato in un servizio, in una presenza temporanea che non promette verità, ma continuità. Il film si muove in uno spazio sospeso, dove l’affetto non nasce da un legame spontaneo ma da una richiesta precisa.
Non c’è una condanna morale né una celebrazione cinica di un mondo disumanizzato. C’è piuttosto uno sguardo paziente su ciò che accade, e l’affetto non perde valore: resta fragile, ma reale nei suoi effetti. Anche dentro un perimetro artificiale può nascere qualcosa che somiglia pericolosamente alla verità.
Mentre ero immersa nella pellicola, la mia mente macinava un pensiero intrusivo: “… e se fossimo noi i veri illusi?”. Il Giappone affronta problemi socioculturali importanti — hikikomori, kodokushi, karoshi — ma il bisogno di contatto e calore umano non gli appartiene in esclusiva. Anche nel nostro paese la solitudine è in crescita, soprattutto tra anziani e giovani adulti.
Oggi pagare per avere un amico con cui fare una passeggiata può sembrare distopico, ma cosa accadrebbe se smettessimo di crogiolarci nell’idea “romantica” di socialità e accettassimo i nostri bisogni?
Rental Family non chiede allo spettatore di prendere posizione, ma di riconoscere qualcosa. Forse il vero rischio non è noleggiare l’affetto, ma dimenticare come si costruisce quando è reale.

Laura Proto vive sospesa tra due passioni che nel tempo si sono cercate fino a fondersi. La musica è stata il primo linguaggio: sogno da bambina, sfogo nell’adolescenza, rifugio e libertà da adulta. Poi il cinema, presenza silenziosa, in attesa del momento giusto per rivelarsi. Oggi queste due anime convivono e dialogano nel suo profilo Instagram “Ciak and Track”, uno spazio in cui immagini e suoni si intrecciano, trasformando ogni visione in racconto e ogni colonna sonora in emozione condivisa.
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