Mother Mary: la sofferenza estetica di un dio pagano

“Mother Mary” è una fiaba gotica pop elegante e disturbante, in cui il regista David Lowery racconta il lato più fragile dello star system attraverso il rapporto spezzato tra una cantante e la sua ex costumista. Tra performance musicali, atmosfere claustrofobiche e ambiguità emotive, il film riflette sul prezzo della fama, sull’identità come costruzione e sulle ferite che l’immagine pubblica non riesce a nascondere

Nel mondo dello spettacolo, e soprattutto in quello del pop contemporaneo, l’immagine conta quasi quanto la musica stessa. Ogni esibizione, ogni apparizione pubblica, ogni costume di scena diventa parte integrante dell’identità dell’artista. È proprio da questo presupposto che parte Mother Mary, nuovo film di David Lowery, un’opera ambiziosa e stratificata che utilizza il rapporto tra una cantante e la sua stilista per raccontare il lato più fragile, tossico e malinconico dello star system.

La protagonista, la pop star Mother Mary (Anne Hathaway), sta attraversando un periodo di forte crisi personale e artistica. Consumata da un lungo tour mondiale e da una crescente perdita di identità stilistica, decide improvvisamente di contattare Sam Anselm (Michaela Coel), la stilista ed ex costumista con cui in passato aveva costruito un sodalizio artistico e umano profondissimo. Mother Mary vola così da Los Angeles a Londra, dove Sam vive ormai isolata dal mondo della musica, con la disperata necessità di avere un nuovo abito per un’imminente esibizione di ritorno. Ma quello che inizialmente sembra un semplice incontro professionale si trasforma presto in un confronto emotivo doloroso, capace di riportare a galla le ragioni della loro brusca separazione.

Il regista David Lowery costruisce il film come una sorta di fiaba gotica contemporanea, mescolando linguaggi e registri molto diversi tra loro. Mother Mary è infatti un’opera sperimentale che alterna il dramma psicologico al musical, passando persino attraverso suggestioni horror e teatrali. La prima parte del film, ambientata quasi interamente in un’unica location, ricorda volutamente una pièce teatrale: i dialoghi sono lunghi, intensi e spesso più importanti dell’azione stessa. È probabilmente la sezione più lenta e meno immediata della pellicola, ma serve a creare quell’atmosfera soffocante e sospesa che accompagnerà tutto il racconto.

A contrastare questa dimensione intima e quasi claustrofobica ci pensano le spettacolari performance musicali di Mother Mary. Le esibizioni sul palco sono estremamente scenografiche, costruite con una cura visiva impressionante, e rappresentano perfettamente la distanza tra l’immagine pubblica della cantante e il suo reale stato emotivo. Lowery riesce ancora una volta a dimostrare la sua straordinaria sensibilità estetica: ogni inquadratura è studiata nei dettagli, ogni luce e ogni costume contribuiscono a creare un immaginario elegante, decadente e profondamente malinconico.

L’elemento più affascinante del film resta però la componente gotica. Nel corso della storia emerge infatti una presenza quasi astratta, un’entità che sembra incarnare i sensi di colpa, le sofferenze e i traumi condivisi dalle due protagoniste. Non è mai chiaro se questa figura sia reale o simbolica, ma la sua funzione narrativa è evidente: rappresentare il peso emotivo di un rapporto spezzato che nessuna delle due è riuscita davvero a superare.

La scrittura evita spiegazioni troppo esplicite. Lo spettatore non conosce mai completamente cosa sia accaduto tra Mother Mary e Sam, ma attraverso gli sguardi, i silenzi e i dialoghi si percepisce continuamente la profondità del legame che un tempo univa le due donne. Ed è proprio questa ambiguità emotiva a rendere il film così coinvolgente. Le protagoniste sembrano incapaci sia di allontanarsi definitivamente sia di ritrovare davvero il rapporto perduto.

Ottime anche le interpretazioni del cast. Entrambe le attrici regalano performance intense e credibili, ma è soprattutto Michaela Coel a lasciare il segno: il suo personaggio è enigmatico, magnetico e dolorosamente umano, capace di imporsi anche solo attraverso la presenza scenica. Ogni gesto e ogni sguardo comunicano qualcosa di irrisolto, contribuendo ad alimentare il fascino misterioso del film.

Sotto la superficie estetica e musicale, Mother Mary è anche una riflessione piuttosto amara sul mondo dell’intrattenimento moderno. Il film mostra come le pop star vengano idolatrate dal pubblico ma allo stesso tempo consumate dall’industria discografica, che spesso vede nell’artista soltanto un prodotto da sfruttare e monetizzare fino all’esaurimento. Mother Mary stessa appare come una figura svuotata dalla propria immagine pubblica, intrappolata in un personaggio che non riesce più a controllare.

David Lowery realizza così un’opera insolita, difficile da incasellare e sicuramente non pensata per il grande pubblico. Mother Mary è una fiaba gotica pop elegante, malinconica e disturbante, che alterna momenti di grande fascino visivo ad altri più freddi e contemplativi. Non tutto funziona alla perfezione, soprattutto nei passaggi più lenti e criptici, ma il film riesce comunque a lasciare un segno grazie alla forza delle immagini, alla complessità del rapporto tra le protagoniste e alla sua riflessione sul prezzo della fama. Una pellicola affascinante e coraggiosa, probabilmente destinata a dividere gli spettatori, ma proprio per questo impossibile da ignorare.

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