Lo Scuru: il nuovo cinema siciliano, tra horror e Malavoglia

“Quella che ho messo nel film è la Sicilia che mi ha accompagnato in quel brutto momento della mia vita: viaggiavo nel centro-sud dell’isola, era caldo e percepivo tutto in bianco e nero. I paesaggi aridi mi davano conforto; la Sicilia, in quei momenti, mi parlava. Ero in un dialogo tra me e la mia terra.”

Movimenti convulsi e musica vibrante immersi in un bianco e nero fatto di paesaggi aridi, processioni, maschere, teschi e, infine, disperazione. In primo piano, a grandi lettere, “LO SCURU – AL CINEMA”.

Questo teaser di 12 secondi aveva totalmente rapito la mia attenzione.

Inutile dire che, appena ho potuto, sono andata in sala per godermi Lo Scuru di William Lombardo. Il film gioca molto sul contrasto tra la luce accecante del sole e le ombre profonde della psiche di Raz, il nostro protagonista, interpretato da Fabrizio Falco. Raz, che vive tormentato da incubi e da una diagnosi di schizofrenia, è costretto a tornare nel suo paese d’origine per questioni familiari. Lì si scontrerà con il suo passato in un viaggio tra memoria e senso di appartenenza.

Mi è piaciuto così tanto che il giorno successivo ho contattato Lombardo per proporgli un’intervista. Il regista si è raccontato senza filtri e ne è venuta fuori una splendida chiacchierata sul cinema, sulla vita e sul senso di appartenenza.

L: William, da giovanissimo entri a far parte del mondo del teatro come assistente alla regia, prima con C. Longhi, poi con R. Torre. Successivamente ti dedichi ai cortometraggi. Spesso sembra che per un regista emergente, il corto sia quasi un rito di passaggio obbligato, prima di arrivare alla creazione di un film. È stato così anche per te?

W: Il cortometraggio è un mondo a parte. Io non ho studiato da regista, ho guardato film: quella è stata la mia scuola, a cui ho associato un istinto naturale verso questa forma d’arte. Io sono un outsider del cinema italiano, è la storia stessa del film che lo racconta. Molti mi dicono che forse ho spinto un po’ troppo, e in effetti visivamente e narrativamente “Lo Scuru” procede in una direzione che di solito un primo film non fa.

Coraggio? Semplicemente uno deve rischiareho fatto i corti perché dovevo capire il cinema, non potevo fare altrimenti… è come se mi sentissi sempre in dovere di dimostrare di essere all’altezza, e penso che sarà sempre così. Io ho fatto il percorso che la vita mi ha detto di fare, non ne avevo la totale consapevolezza, ho seguito l’istinto. Il cinema ha cercato me: F. Balestra, sovrintendente del Teatro Antico di Siracusa, mi notò e mi fece fare un percorso con R. Torre. A un certo punto, però, ho sentito l’esigenza di crescere in modo autonomo, ho iniziato a fare corti perché dovevo mettermi alla prova, capire bene il linguaggio del cinema. La realizzazione de “La particella fantasma” (il mio secondo corto) mi ha permesso di “giocare” con tutto l’armamentario del cinema, è stato per me un Bignami di come potevo fare un film. I corti sono stati il mio studio, invece di studiare al Centro Sperimentale, studiavo come creare un film a modo mio.

L: Con Lo Scuru costruisci un immaginario molto personale, profondamente legato alla tua terra e alla cultura siciliana. L’esistenza di Raz sembra sospesa tra realtà, ossessioni interiori e richiami ancestrali. Quanto di te c’è nel personaggio?

W: Questo film è figlio di un dolore. La mia vita è cambiata molto a seguito della morte di un mio amico: avevo 19 anni. Da quel momento ho iniziato ad avere attacchi di panico e il mio disturbo ossessivo compulsivo si è slatentizzato. I film sono stati la mia salvezza, la mia catarsi. Dovevo trovare un modo per esprimere la mia ansia e il libro di Orazio Labbate (Lo scuru, a cui è ispirato il film) mi ha permesso di dire: “Ok, questa cosa posso raccontarla”. Le sue parole mi sembravano una forma oggettiva di quello che stavo provando. Quindi sono partito dal libro, ma ho voluto metterci dentro il mio mondo.

Raz è un personaggio nato per rappresentare me e il mio amico.

… ho portato questo film nelle scuole. I ragazzi lo hanno capito e apprezzato, anche se gli insegnanti erano preoccupati di come fosse stata rappresentata la malattia mentale. Ma a me non interessava fare la lezioncina sui disturbi mentali: volevo che il pubblico fosse trasportato nel mio mondo. Ho voluto dire, come mia opera prima: guardatemi, questo sono io!

L: Io trovo che nel film sia presente un secondo protagonista: il paesaggio siciliano che, complice la fotografia di S. Purgatorio, si trasforma in luogo cupo e scuro. Quanto era importante per te costruire questo scenario così ostile?

W: Io ho conosciuto tutte le “Sicilie”: non ce n’è una sola. Quella che ho messo nel film è la Sicilia che mi ha accompagnato in quel brutto momento della mia vita: viaggiavo nel centro-sud dell’isola, era caldo e percepivo tutto in bianco e nero. I paesaggi aridi mi davano conforto; la Sicilia, in quei momenti, mi parlava. Ero in un dialogo tra me e la mia terra. Arrivato a Gela, mi sono incantato: il modo in cui i macchinari del polo petrolchimico scavavano la terra sembrava uno scavare nel cuore nero della Sicilia, in quella parte catramosa che fa parte di noi, della nostra cultura, dell’ambiente in cui viviamo.

L: E adesso dove vivi?

W: Vivo a Roma, ma ogni 3-4 settimane devo rientrare a Palermo. Il tempo lì è diverso! A Roma percepisco caos, a Palermo riesco a rilassarmi. Sento proprio il bisogno di ritornare in Sicilia: il cuore di tutte le mie storie è qui. Il giorno che mi separerò dalla Sicilia vuol dire che, forse, non avrò più niente da raccontare.

L: Nel film, infatti, ho ritrovato qualcosa che mi ha ricordato la teoria dell’ostrica di Verga: l’idea che, anche quando si prova ad allontanarsi, si finisca sempre per tornare allo scoglio. Era un riferimento voluto?

W: Riferimento assolutamente voluto. Verga è l’autore più gotico che la Sicilia abbia avuto. Il romanzo “I Malavoglia” è in sostanza una storia di fantasmi! Di maledizioni! Ha più a che fare con l’esistenzialismo di Kierkegaard che con autori o temi mediterranei! La Sicilia è una madre che ci accoglie ma ci fa soffrire, e allora mi chiedo: ci fa soffrire per una colpa atavica, come nei “Malavoglia”, o siamo noi siciliani il problema? Abbiamo una colpa strana che ci impedisce di evolvere?!

L: Com’è nata invece l’idea, in questa storia tutta siciliana, fatta di tradizioni e superstizioni, di inserire una storia quasi parallela a quella di Raz? Mi riferisco a quella di Rosa (Daniela Scattolin), che è una storia di immigrazione.

W: Inizialmente questa parte non era prevista in sceneggiatura, almeno non nelle prime versioni: infatti, Rosa era bianca come nel romanzo. È diventata africana perché io volevo un personaggio salvifico, che intraprendesse un percorso quasi parallelo a quello di Raz e fosse il simbolo di una mia osservazione: che la Sicilia stesse diventando di nuovo una terra di incontri dove culture che all’apparenza non hanno nulla in comune presentano invece molti punti di incontro. I riti, ad esempio, fanno parte delle culture siciliana e nigeriana in modo molto profondo. I cosiddetti “giuggiu” sono dei riti vudù che vengono utilizzati dai clan criminali di matrice nigeriana per vincolare i propri adepti e sfruttare il terrore psicologico. Nel film vedremo un “giuggiu” diverso, usato come mezzo di liberazione.

L: Definisci il tuo film come un esempio di Gotico Siciliano: ce ne potresti parlare brevemente?

W: Il Gotico Siciliano è un genere in cui l’oscurità e l’inquietudine nascono proprio dalla violenza della luce meridionale e dalle ferite della terra. Tutti gli autori che io conosco in letteratura – Verga, Pirandello ne “I giganti della montagna”, Luigi Capuana, che narra storie di vampiri e di fantasmi, Sciascia ne “Il cavaliere e la morte” – hanno raccontato il Gotico Siciliano. Anche Tornatore in “Nuovo Cinema Paradiso” inserisce elementi gotici. Il Gotico Siciliano non è fatto di castelli, ma di spiagge brulle; è fatto di fantasmi nei deserti e di zone vicine alle miniere di zolfo, dove gli spiriti non sono qualcosa di soprannaturale, ma sono quelli della nostra memoria, in cui il mare è un mare nero: è un grande cimitero nero.

L: Hai qualche progetto a cui ti stai dedicando in questo momento?

W: Sì, il mio prossimo lavoro è quello più ambizioso, il più matto in assoluto. Parte da una storia vera legata a Palermo; mi piace definirlo l’anti-“Gattopardo”. Mischia politica e gotico, e ci saranno influenze horror. Il titolo è “1862” e ha vinto il bando sviluppo della Sicilia Film Commission!

L: C’è una scena o un’immagine di Lo Scuru che per te contiene davvero l’anima del film?

W: Il momento della processione, sicuramente. Dove moderno e ancestrale si fondono e ciò evidenzia parte dei contrasti che vive la mia terra. Anche in questo caso ho fatto tesoro delle mie esperienze passate: da piccolo ho assistito a una processione che si dirigeva verso un cimitero che si trovava su una piccola collina. Mi colpì talmente tanto quell’immagine che volevo restituire nel film quella stessa suggestione. Questa è la Sicilia che conosco.

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