In “Bugonia”, Yorgos Lanthimos mette in scena il corto circuito tra paranoia, ideologia e linguaggio, mostrando come ogni visione del mondo possa diventare una prigione narrativa. Attraverso il rapimento surreale di una manager scambiata per un’aliena, il film interroga il confine tra follia e consapevolezza, fino a indicare nell’empatia l’unica forza capace di disinnescare lo scontro tra universi mentali inconciliabili
Bugonia è un film del 2025 diretto da Yorgos Lanthimos, una commedia nera dai toni surreali che esplora il potere delle teorie del complotto e la paranoia contemporanea.
La pellicola segue le vicende di Teddy (Jesse Plemons), un apicoltore paranoico, e Don (Aidan Delbis), suo cugino autistico. I due sono convinti che Michelle Fuller (Emma Stone), carismatica CEO di una potente azienda farmaceutica, sia in realtà un’aliena della galassia di Andromeda con l’intento di distruggere l’umanità. Decidono quindi di rapirla per “salvare il pianeta”.
La riflessione che vogliamo fare insieme su questo film è ancora una volta sul concetto di consapevolezza e sulla comunicazione.
Ciascuno di noi, quando è “acceso”, è mosso da voci narranti che si ripetono ciclicamente, come le diverse routine di un programma informatico, che mantengono le varie finestre attive sullo schermo: se le routine si interrompessero, lo farebbero anche i programmi corrispondenti e si chiuderebbe la finestra del videogioco o del file in questione.
Quando le ideologie, accese nei due cugini protagonisti del film, prendono di mira la sventurata manager, che ha una visione del mondo ovviamente antitetica, esplode il dramma della comunicazione.
Nel momento in cui Michelle, infatti, tenta di far ragionare i sequestratori, stando su un registro di dialogo giuridico, essi le ridono addosso: cosa può significare la giustizia umana rispetto al potere soprannaturale di una galassia aliena?
In questo contesto falliscono anche tutte le categorie psichiatriche di controllo della mente (Freud stesso scriveva che “l’io non è padrone in casa propria”). In effetti, l’approccio categoriale, che finisce per definire la persona “sana o insana di mente”, non risolve per nulla il dialogo; anzi, nel momento in cui il rapitore si sente “dare del matto”, risponde violentemente, come leggiamo tutti i giorni negli articoli di cronaca nera.
Necessariamente, quindi, emerge la potenza della comunicazione e del dialogo come tecnologia più avanzata dell’universo: nel momento in cui la comunicazione sfrutta l’empatia, cioè la capacità della rete neurale di ciascuno di essere specchio del cosmo circostante, facendosi, in questo caso, specchio del cosmo distopico dei due cugini rapitori.
Le categorie del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) restano la cornice di riferimento nel confronto tra i diversi caratteri individuali, ma l’efficacia della comunicazione è direttamente proporzionale al livello di risonanza empatica raggiunto nel dialogo.
Condividendo le diverse esperienze di vita, si può acquisire consapevolezza della narrativa dell’interlocutore e capire se c’è un punto del discorso in cui le voci narranti si possono contraddire oppure se sono così cristallizzate che si possono solo seguire e assecondare, magari per trarre il folle dalla propria parte, assecondando il suo auto-inganno.
L’empatia è la forza più potente che ci rende umani, ed è l’unica che può evitare lo scontro mortale tra due ideologie che non cambiano direzione, fino all’inevitabile impatto.
L’empatia è il miracolo dell’incontro, in cui due forze opposte finiscono per trovare un vettore comune; è il sentimento della soluzione, è il gran finale che non ti aspetti che un regista come Lanthimos riesca a creare, è l’ironia che coglie il senso della vita (ironia, dal greco eirōneía, rimanda alla dissimulazione).

Andrea Ciavaglia è un fanese classe ’81. Dopo il diploma al Liceo Classico, si dedica agli studi sanitari e, dopo la laurea in medicina, entra nella rete della medicina del territorio. Dalle guardie mediche nella provincia di Pesaro e Urbino, giunge alla medicina generale, dove scopre inaspettatamente che “il corpo umano è una macchina quantistica che va a sangue”. Comincia così per lui un nuovo viaggio, dentro sé stesso, da fare assieme… perché “non è la storia che spiega il corpo… ma è il corpo che spiega la storia”.
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